E così siamo qui:

 

ho spedito con un corriere internazionale cinque miei dipinti che la Galleria aveva scelto dopo averne visionati almeno una trentina del mio portfolio e non prima d’essere stata a Brera, all’ufficio esportazioni opere d’arte, per avere il visto necessario.

Ho prenotato con Giò la settimana che corrispondeva al periodo dell’inaugurazione, la mostra in effetti è rimasta esposta per una ventina di giorni.

Et voilà, l’avreste detto, che bella soddisfazione vedere il mio nome accanto ai miei dipinti in una bella galleria  a  Chelsea District, su, su, sputatemi addosso, certo non si tratta né della  Paula Cooper Gallery, né della Gladstone Gallery e nemmeno della Matthew Marks Gallery, semplicemente si chiama Agora Gallery ed è sita in una bella palazzina su due piani,  in mattoncini rossi, tipica del luogo. E’ gestita da un gruppo di sole donne, ragazze giovani, molto preparate,  dirette da una signora con una certa esperienza. Una Galleria fra le duecentocinquanta presenti in questa zona di Manhattan.

Oggi è così, non siamo più agli inizi del Novecento dove alcuni ricchi galleristi si prendevano “a cuore “ alcuni artisti. Oggi siamo a milioni a “creare” ed ognuno cerca di trovare il proprio spazio, cercando di promuoversi personalmente. Io amerei farlo senza sgomitare e senza uccidere nessuno, se devo arrivare, arriverò, altrimenti in Provenza mi ritirerò.

Ho risposto alla chiamata “amaracana” perché mi è parsa un’opportunità interessante. Certo è che di impegno ne ho messo,  ne metto e ne metterò molto perché, ridete pure a crepapelle da crepare di risate, nella mia pittura io ci credo veramente, così come credo che la mia Opificina Pittorica sita in questa Valle di lacrime che è la Valle Brembana, sia un meraviglioso luogo dell’anima, dove io,  dipingendo, in qualche modo, prego... per un futuro migliore, mio e di molti altri, dove la cultura sia tenuta in alta considerazione perché non si vive di solo pane e di soli euro.

 

 

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