Viene allevato da un zio ed intraprende la carriera di marinaio e sai dove comincia la sua avventura? A Marsiglia, sì, nel porto di Marsiglia, ma non diventa uno scrittore di lingua francese perché dopo quattro anni va in Inghilterra ed è lì che riesce ad ottenere anche la patente di capitano di lungo corso.Viaggia viaggia viaggia. Scrive scrive scrive. Ed è facile da capire, senza televisione, senza computer e cellulari, lunghe sere e lunghissime notti, scrivere leggere, leggere scrivere. Ottiene il passaporto britannico e diventa Joseph Conrad …

 

Sì, va be, ho capito, ma dobbiamo parlare di Conrad o  di New York?

Allora io vorrei parlare di Bruce Chatwin.

Sì, sì! Di tutto, parliamo di tutto, ma ora dormiamo. Mi addormento pensando a questi scrittori di viaggio. Anche Jules Verne… ricordi Federico quanti libri ti ho letto di questo armatore di Nantes? E pensare che di lui si ricordano solo tre o quattro titoli, ma più di ottanta romanzi ha avuto la bontà di scrivere il caro Jules, molto amato come scrittore, ma parecchio sfortunato come uomo. E Salgari allora, che viaggiava solo con la fantasia, non è più comodo, senza bagagli, check-in, prenotazioni?  Del resto come faccio io, mi piace leggere le guide, Roma, Dublino, Atene ed Isole Greche, Egitto, Parigi, Canada…

 

Alzandoci l’indomani, prendiamo coscienza d’essere a New York osservando dalla finestra uno sterminato parcheggio di Scuolabus giallo taxi. In effetti è domenica e le scuole anche qui sono chiuse. E’ l’una e trenta al mio orologio italiano Perseo. Conosci no, Perseo? Era l’orologio dei ferrovieri, di mio nonno Leonardo.

“ Nonno Nardo- vedi- sono in America alle ore sette e trenta del trenta marzo duemilaquattordici! “

Scendiamo al primo piano per la colazione selfservice. Accanto a noi, due signore anzianotte si sono preparate delle specie di crèpes oltre a succhi di frutta, toast, cereali, frutta, forse latte e caffè. Noi andiamo via lisci con caffèlatte e cereali mentre Federico fa la solita zuppa di Nesquik; la sua incredibile mamma lo ha infilato in valigia, il Nesquik, giusto per non smentire il mito delle madri italiane con scarrafoni al seguito.

Arriva altra gente, una famiglia asiatica, giapponesi pensiamo noi occidentali europei italiani, ma le razze a New York non contano un bel niente, come avrò modo di constatare in varie occasioni.

Ci alziamo e passiamo dalla hall per chiedere se c’è un bus navetta che ci può portare alla prima fermata subway. Arriva un tipo con una grande auto nera, tipo taxi drive anni Settanta, sudamericano… chissà perché di ogni persona che incontro devo identificare il paese d’origine, fa certo parte della mia cultura provinciale, ma del resto mi stuzzica questa attività di People Watching. Già quando vado a Marsiglia sono sempre sorpresa dalla quantità di visi interessanti che incontro, figuriamoci a New York!

Paghiamo al taxista 15 dollari e ci inoltriamo nella rete della metropolitana dopo aver preso un biglietto settimanale di trenta dollari ad una delle macchinette distributrici che, troppo gentile, mi fa l’onore di accettare il mio Bancomat. La fermata si chiama Jamaica, gran bel nome, affascinante, caldo e profumato. Attraversiamo i Queens e qui la metro corre in superficie: il paesaggio è da periferia americana, con case uguali molto vicine fra loro e tutte con il giardino. Un campetto da calcio, ragazzini in bicicletta.

 

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