Eucalipto

2020-2022

... mi trasformerò ...

 

 

 


 

Poesia ho scoperto russare
fra le antiche pagine
della saga dei Nibelunghi.
Ma come!
L’umanità lotta
e tu pesantemente dormi?
Che Wagner cavalchi,
a tutto volume
per svegliarti
dal tuo sonno indecente!
Alzati!
Agisci per noi,
ti vogliamo epica
in quest’epoca!
Non sai che fare?
Ti vuoi defilare?
Vigliacca, abbi il coraggio
delle tue rime baciate,
brandisci la spada
dei tuoi endecasillabi
e lanciati a versi sciolti
su questo virus,
anafòralo!
Via da me
via da noi
via da loro,
e cancella,
te ne supplico,
gli ossimori
inefficace vaccino
e obbligo flessibile.


 

O ignoranza,
imperatrice d’un Impero
di gente indifferente
che non sa
e non desidera sapere,
vuoi tu prendere
al tuo seguito
anche questo Superman
che rifiuta il vaccino
perché consigliato
da Diabolik?


 

Fatemi capire:
stanotte una bomba
è caduta a Kiev sulla casa
d’un aspirante calciatore
uccidendo lui e la madre
e ferendo gravemente
la sorellina di sette anni?
Una bomba russa?
Su Kiev?
Ma gli Ucraini non erano russi?
Ah già, trattasi di guerra civile,
oppure è altro?
In Etiopia, nel Sahel,
in Nigeria, in Pakistan,
nello Yemen, in Afghanistan,
in Colombia, in Sudan.
ad Haiti, in Myanmar.
in Siria, in Colombia,
ora anche in Europa,
la guerra che civile
non è mai,
ha rifatto la sua comparsa
con attori diversi.
Pensavo, pensavamo,
fiumi di pacifici pensieri,
film e libri su libri,
fotografie
di bambini terrorizzati
che fuggono nudi,
giovanissimi soldati
immortalati in uno scatto
mentre cadono colpiti,
madri
disperate che urlano,
Storia su Storia.
Tutte sceneggiate,
gli umani la guerra
li eccita
in un orgasmo senza fine.

 


 

Gara di nuoto Stile Libero
fra profughi bianchi di serie A
e profughi neri di serie B.
Si accettano scommesse.
(vi do una dritta: in generale
i neri non sanno nuotare
e quando si rovesciano i barconi
per la maggior parte annegano...
se volete vincere
puntate tutto sui profughi bianchi...
e non dite in giro che ve l’ho detto.)


 

Bollente è la stilografica!
Non si fa impugnare!
Non vuole che scriva
luoghi comuni sul Covid,
robe da biro Bic, dice,
ma la realtà del Covid
s’è impossessata
dei miei canali poetici
e qualcosa voglio scrivere.

Sbollire lascio la stylo
e con una matita da muratore,
temperata con un coltello
rigorosamente Opinel,
metto sulla carta quanto segue:

“Io, terza dose di vaccino
e soltanto un dolore
leggero al deltoide.
Il cliente no Vax, invece,
ha mal di schiena,
gli carico dieci sacchi
di pellet sul Suv.
“Mal de dos? Le bon traitement, c’est le mouvement”!
Il movimento è una cura
per i dolori alla schiena, suvvia!
Suv...
via! tu ed anche il tuo Suv.
Quindi non ne volete
neppure una, di dose?
Né Pfizer, né Moderna, né altro.
Pensate che siano veleni?
Per ucciderci tutti?
I vaccini non prevengono
ed anche la terra è piatta,
secondo i vostri calcoli?
Affermate che in Africa
muoiono molti bimbi
di morbillo o difterite
non perché non vaccinati,
ma perché sono neri.
Ribadite, voi che non leggete
né libri né giornali,
ma solo bevete
le news del vostro cellulare,
che questo vaccino è diverso,
che ci vogliano annientare,
sostanze non sperimentate
ci vogliano iniettare.
Quindi, per recarvi al lavoro
tre tamponi alla settimana vi fate?
E voi, lavoratori autonomi?
Nemmeno uno?
Già, voi siete i capi di voi stessi
e decidete voi dei vostri affari.
Che importanza ha
se non avete Green Pass,
tanto nessuno controlla...
Ripetiamo insieme:
Io quaranteno
Tu quaranteni
Egli quarantena
Noi quaranteniamo
Voi quarantenate
Essi quarantenano.
Io, tu, noi, d’accordo
ma egli, voi, essi?
Quindi? Nulla,
si tratta soltanto
di tracciamenti all’italiana,
come dire
dieta mediterranea,
spaghetti alle vongole,
panettone,
pecorino sardo o toscano.
Così.
Parole, semplici parole.
Ci controlliamo noi
fra parenti e amici,
io vaccinato, tu no.
Mi innervosisci
con il tuo comportamento
ed io innervosisco te.
Restiamo parenti?
Amici?
Boh.
Restiamoci.


 

Che nessuno il problema si ponga
è serena Lucia alla Ca’ Longa,
le fa compagnia un gatto selvatico
che quando ci vede, fugge, antipatico.

Giovane sposa, tuo marito perdesti
minatore emigrante in incidente perì.
… e ritornavi alla casa dei tuoi genitori
amorevolmente accudendoli
fin quando dalla vita eran fuori.
Poi in solitudine continuasti il cammino
coraggio, avanti e di rimpianti un tantino.
Frugale, sobria, parsimoniosa
le galline le chiami ciascuna per nome,
ogni dorato chicco di grano
è offerta preziosa dalla tua mano.

Fin dal mattino appena il sole è sorto
da lontano il monte Alben ti osserva
mentre togli le erbacce china nell’orto;
il tuo giardino risplende di fiori
in ogni stagione cambiando i colori,
le fascine nel bosco procuri solerte
per prepararti al lungo inverno
le cui fredde giornate son certe.
Ormai novantun’ anni suonati hai
certamente un po’ sorda sei,
ma incontro alla vita ogni giorno vai.
Saggezza nel cuore hai accatastato
come pezzi di legna al muro di pietra,
ed oggi questa poesiola io ti ho donato
uscita con affetto dalla mia cetra.

(A Lucia Micheli. Ca’ Longa, Dossena BG)


 

Un alito di vento muove le foglie
delle mie piante sul balcone
nella domenica felice.
Le foglie parlano fra loro
animandosi
come fossero sedute
ai tavolini d’ un bar
d’ un qualsiasi lungomare.
(si tratta in vero della Statale 470
ma a loro non importa).
A me sì, importa. Io vivo qui.


Sento che si scambiano pareri
le foglie,
sulla vita, sulla morte,
sulla stagione che è
e su quella che verrà.
Poi ordinano dell’acqua naturale
ed io, pronta,
con il mio innaffiatoio blu
le servo a puntino
con anche un cioccolatino.


 

La mattina della domenica
mi alzo tardi. Faccio colazione
ascoltando radio classique,
amo sentir parlare in francese.
Preparo pasta per la pizza
a volte per il pane:
metto una ciotola pirex
sulla bilancia digitale,
faccio la tara,
quindi 500 grammi di farina
Manitoba o Kamut,
una busta di lievito il Fornaio,
sale e zucchero nella quantità
che ormai ho in testa,
apro il rubinetto dell’acqua calda,
metto sotto la ciotola
nei tempi che ho in testa,
vado sull’asse da impastare,
(che fa parte del ripiano
della nostra cucina)
giro l’impasto nella ciotola
con un cucchiaio di legno,
poi lo verso sull’asse
e impasto con energia
a volte con furore,
dipende dalla settimana lavorativa
che ho trascorso.
Faccio una palla come quella di Apelle
che tra l’altro era anche lui pittore,
poi la copro con un canovaccio
che non è la trama scritta
d’un’opera drammatica,
ma potrebbe esserlo...
in questo caso trattasi
d’ un semplice asciuga piatti.
Totale dei minuti impiegati: sette.
E la lascio lì, la pasta, a lievitare,
a pensare al suo destino,
fino alla sera che nella teglia la stendo.

E questa, secondo te, è una poesia?
No, no, è una pizza!


 

Il negoziante ai tempi di Internet
si fa molte inutili domande.
Attorno a sé vede giungere pacchi a volontà
targati Amazon GLS o DHL a volte Bartolini.
Sono i suoi figli ed i suoi nipoti
che dal divano di casa
o forse dall’auto o seduti sul water,
mandano ordini di merce nell’intero mondo.
Il negoziante ai tempi di internet
trascorre otto/ nove ore dietro al banco,
incassa meno denaro e più nervosismo,
ma resiste e serve gentilmente
la vite o il dado mancanti nel pacco
del mobile acquistato su Amazon.
Tempo di transizione nel commercio
fra il non più ed il non ancora,
passaggi generazionali difficoltosi,
tempeste, naufragi, colate a picco,
riprese ed ottimismo, idee per trovare
un nuovo passaggio a Nord Ovest.
Io, che ho un negozio
e, orrore e terrore ...
scrivo ed anche dipingo,
penso che il tempo fermare non posso;
mentre cammino verso il mio autunno,
stendo dietro di me un tappeto
di gemme e fiori primaverili
per i giovani che vogliono impegnarsi!
Mentre a quelli che aspirano al posto fisso,
senza responsabilità dirette,
con maternità, malattia e ferie pagate,
con il sabato libero e rilassato,
a questi giovani vecchi io dico:
niente vale di più
dell’indipendenza e della libertà!


 

Fantasia improvvisata
o visione mai conosciuta?
Sto sognando o son sveglia,
è reale questo incanto?

Una starna minuta
dal piumaggio bicolore
attraversa impettita
senza alcun timore.
Palline scure la affiancano
ne vedo solo la testa,
quasi prendendole per mano
si affretta lesta.

Ma dove mai vorrà andare
la starna minuta
dal piumaggio bicolore
che attraversa impettita
senza alcun timore?

Quel ventaglio di piume
seguo meravigliata:
lei centrale in parata
va cercando un riparo,
a fianco dei suoi soldatini
della nidiata lei è il faro.

Nell’orto della vicina
si accoccola la mamma
in mezzo all’asparagina;
spariscon sotto l’ali
i pulcini dalla nera testolina,
trovato ha il luogo
per starsene tranquilla
la brava chioccina.

Il suo dovere compiendo
non sa d’aver sparso
sfumature di sentimento
nel quadro che mi è apparso.
Chiamo la vicina, quasi canto,
le dico vieni a vedere
ma come per incanto
è svanito il Belvedere.

Fantasia improvvisata
o visione mai conosciuta?

(versione in poesia d’un racconto di Candida Carminati)


 

Vorrei mutare in albero
a questo punto della vita,
essere un umano mi ha stancato
anche perché in tutti questi anni
il mondo non l’ho cambiato.
La mia anima spesso
è come uno straccetto
che stendo nelle giornate di sole;
oggi, per esempio, eccola là
sull’erica fiorita.
Mutare vorrei in Eucalipto,
sulle sponde del Mediterraneo,
farmi scompigliare le chiome
da un vento di Libeccio
e così, profondamente radicata,
trascorrere l’eternità.


 

Ma sì, la conosci,
quella che fa quei dipinti
che son capace anch’io,
la Pollock vallare,
quella che ha tempo,
tele e colori da sprecare...
così parlano e sparlano
critici d’arte e artisti
che han fatto fortuna
perché erano altri tempi,
al posto giusto
nel momento giusto,
di certo maschi,
con donne al loro fianco
che cucinavano, lavavano
e via dicendo.

Piacere, sono Nunzia,
una donna nata nel 1957,
alimento con colori e parole
la fiammella che da sempre
mi brucia dentro.
Mi di-verto a dipingere,
mi piace leggere, scrivere.
Ribadite che non è Arte,
solo terapia è.
Ok. E terapia sia,
ma statemi alla larga
voi, uomini di poca fede,
auguro alla vostra Arte
così vicina a Dio,
d’ammuffire dimenticata
negli scantinati del Paradiso.


 

S’adagiano indifferenti
i fiocchi bianchi
sulle ciminiere grigie
della Manifattura di Valle Brembana.
Iniziò nel 1907 l’intreccio
il cui ordito furono
centinaia di lavoratori
che tessero la trama
delle proprie vite.
Dicevano
” lavoro in Manifattura
faccio i turni, anche di notte”,
contenti d’avere
finalmente qualche soldo
per sistemare il tetto
e far studiare i figli.
Sui telai sempre accesi
s’affaticavano occhi e mani;
da un reparto all’altro
sguardi e brevi parole,
appuntamenti, amori.
La neve scende e non sa.
Le ciminiere, quelle sì
molto saprebbero,
ma non possono parlare,
mute e spente si stagliano
nel giorno dell’Immacolata.
Il passato è stato davvero
tanto di qualcosa
mentre il presente incespica
fra le nocche delle dita
ed il futuro è questa notte
tremolante di fredda luce.


 

In tutt’altre faccende
affaccendata
lascio che dentro di me
il cuore faccia saltelli
e capriole e carambole,
lo lascio libero
d’agire e amare
il motore della mia vita,
andare e venire
dall’ieri all’oggi.
lo sento battere sul cuscino,
la notte, mentre gli occhi
spalancati guardano
al domani che verrà.
E non mettono a fuoco.


 

Dal parrucchiere o dal dentista
con il Covid son scomparse le riviste
che ora puoi trovare in Facebook!
Digitare invece di sfogliare;
informarsi di come gira
sbirciando la vita degli altri
ed esponendo in vetrina la tua.
Miliardi e miliardi di pixel,
oltre a Facebook, Instagram
e cinguettii di Twitter
e messaggi su Messenger
per dire nell’etere
quel che ti passa per la testa.
Il nuovo mondo è questo
la rete è eccezionale!
Difficile non farsi pescare,
ancor di più non farsi cucinare!


 

È sempre più evidente,
mi è sempre più chiaro
che sarei persa, senza Gio.
Lui, senza darlo a vedere,
regge i fili della mia anima
e quelli di tutta la famiglia.
Quindi, se esisti, Dio
ti scongiuro, prima io,
prima di lui.


 

L’amore
mi salva, ci salva.
ci ha sempre salvato.
L’amore è salvezza.
Tu sei la mia,
io sono la tua.
Insieme ci salviamo.

Ma nella prossima vita
di figli non ne facciamo.

Perché?

Per via del domani che sarà.


 

Nasceva l’otto giugno 1903
Marguerite Yourcenar,
amata scrittrice.
Ognuno ha il proprio destino
che mescola le carte,
ma ogni umano deve giocare
la propria partita.
Io sono qui da tempo
a giocarmi la mia,
anch’io scrivo,
scrivo “ode alla vite testa svasata”
e penso che il destino
sia più fantasioso della realtà
e crei innumerevoli situazioni
impensabili indistricabili
inammissibili incommensurabili
irrimediabili.
E noi, prigionieri delle i,
come bambini facciamo
... oh!


 

Ve lo giuro, non mento,
un birillo fra i birilli
nel mio tempo mi sento.
Quando voi potenti
con stecche d’acciaio
giocate col mondo
come fosse una palla,
noi siamo birilli
al centro del biliardo:
la vostra palla rimbalzando
sulle sponde come confini
carambola in buca
la palla avversaria
spaccando il pallino
come fosse un bambino.

Ma del trastullare vostro
con le vostre palle
anatomiche e atomiche
noi birilli ci vergogniamo,
esser giochi di bimbi
soltanto vorremmo
sulle spiagge in estate!

Voi non vi siete commossi
davanti a Guernica di Pablo,
non avete pianto ascoltando
l’uomo Giuseppe,
a cosa è servito
esser pittore o poeta,
a che serve oggi, esserlo,
se di tutti noi
volete fare strike,
con ipocrisia offrendo
fiori al Milite Ignoto.



Riflessioni

che riflettono
problematiche
diplomatiche
antistatiche
elettrostatiche
telematiche
antipatiche
meteoropatiche.

Servo il tubo di carico
la lampadina
il barbecue
la paletta
un doppio metro
la colla
il nastro isolante
il relè ad impulso
il pennello...

E signora, la avviso,
se non mi dice
con precisione
il diametro
il colore
la lunghezza
del tubo che desidera
per la sua stufa
io le spacco la testa.


 

Come mi sembra inutile
questa semplice esistenza
a rincorrere viti
rispetto a quella
di Gino Strada
che rincorreva vite.
Per salvarle.


 

La donna che sbuffa
sotto la mascherina
si alza la mattina
e come una locomotiva
parte con uno sbuffo.
Uno sbuffo per sé
per gli altri,
per come va
questo nostro mondo.
Lo sbuffo le da l’accelerata
poi
sbuffetti qua
sbuffetti là
procede lungo la via
probabilmente
già segnata,
mentre una larga sbuffata
conclude la giornata.
L’indomani riprende,
ha dei buoni polmoni,
respira profondamente
ed attacca a sbuffare.
Uffa uffa.
Lei è la donna che sbuffa
che comincia la mattina
con una sbuffatina
sotto la mascherina
e finisce alla sera
con una sbuffata solenne
che libera la mente.

Poi ritorna a casa
e per l’intera notte
non sbuffa più.

E sogna.

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Questa estate 2020
è come un fiume
che tumultuoso andava
spavaldo e fiero verso il mare
ed ora è quasi in secca
e si fa piccolo
in rivoletti fra i sassi.
O fiume, sii coraggioso,
riprenderanno di certo a sorridere
le tue molte sorgenti!

E questa estate 2020
è come un maestoso albero
esploso di lucenti verdi
con la chioma ora sfumata
di marrone e venata di nero
che fruscia nel vento
un lamentoso verso.
O albero
non vuoi forse farmi sperare
in un rosso tramonto autunnale?

Questa estate 2020, sì,
opaca e distanziata
sospettosa e pensierosa
divisa fra quelli che io mi diverto a tutti i costi
e quelli che io mi metto da parte
ad ascoltare il silenzio
ed il cinguettio dei bambini.
O umano, credici,
il fanciullino che è dentro di noi
riprenderà a cantare!

Questa estate 2020
con i negazionisti a ribadire
che le bare son state un fotomontaggio
che questo virus non esiste,
ignoranti ad empatia sottozero,
inginocchiatevi
e scavate a mani nude
nelle fosse del mondo.
O bipedi
vogliate per favore starvene zitti!

Questa estate 2020
come svuotata di vita m’appare
ma piena di voci dentro
che raccontano, che ricordano
ed io che cerco la mia voce
e la sento qui, ben distinta,
fra gli azzurri ed i verdi delle mie parole
fra gli sfumati colori dei miei pensieri.


 

“Cerchi di capire
che sul tubo del gas
non si può fare una giunta.
Gliene vendo due metri, intero,
ma con nuove fascette stringi tubo.”
Non vuole, l’avaro intelligentone.
E si sa che il cliente ha sempre ragione,
non vale la pena discutere
con gente che accetta consigli da Diabolik.
Ribatto:
“pensa che i nazisti
facessero le giunte
sul tubo che portava il gas
dentro le camere
anche dentro quelle portatili
tipo camper o roulotte?
Le assicuro,
non facevano giunte.”


 

Hai ancora un pezzo di vita
se proprio vuoi renderti utile.
Puoi partire per l’Africa.
Ma non t’interessa più
aiutare, assistere, salvare.
Oggi pensi sia inutile,
una goccia nel mare,
dovrebbero agire
i potenti della terra,
non sfruttare giovani vite
per tappare buchi.
Tu in Africa ci andrai,
ad esporre i tuoi dipinti,
in Senegal, a Dakar.
Pensi anche alla Corsica,
oppure a trasferire
il tuo atelier a Marsiglia.
Essere artista a tempo pieno.
Te lo auguro
anche se mala tempora currunt.


 

Sfida dicembre
una famigliola di rose rosa.
soffi di color rosa
volano via nel freddo vento
mischiandosi
ai fiocchi di neve.


 

Che sia proprio
una bella festa il Natale
non fa una piega.
Anche i potenti della Terra
non fanno una piega.
Molto piegati invece
sono i poveri della Terra.
Piego e ripiego
i miei pensieri,
li stiro come riesco,
li ripiego e li ripongo
in un cassetto.
Certe pieghe
non se ne vanno.
Certe pieghe
sono piaghe.


 

Hai scritto questo libro
per un tuo bisogno,
hai dipinto questo quadro
per un tuo bisogno.

Scusate, cosa intendete voi
per bisogno?
Un bisogno corporale
tipo feci o urina?


 

Con i nostri figli
siamo rimasti appartati,
non ci siamo imposti,
abbiamo proposto,
consigliato, indicato,
mai negato.
Ci hanno amati, sopportati?
Non saprei, non è importante,
ognuno ha trovato
o sta ancora cercando
e noi siamo felici
di non esser loro d’intralcio.


 

Adoravo
Il finestrino del bagno
nella casa di Marsiglia
al n°37 di Rue Liandier
all’ultimo piano
porta gialla per entrare.
Una minuscola apertura
sugli infiniti tetti
d’un’infinita città.


 

La poesia
saltella dentro di me.
Ma poesia una cosa,
una cosa che saltella?
Come una rana?
Come una palla?
Sì,
a volte fa un salto
a volte un singhiozzo.


 

Perché voglio sempre andarmene?
Non è bello qui
con tutte queste viti e cacciaviti,
con queste vite di dipendenti e soci
e amici e parenti che farebbero
qualsiasi cosa per me, pagando?
Perché voglio sempre svitarmi?


 

Ho scoperto
d’avere il cuore
color verde.
Il mio cuore
pompa sangue
verde.
Il mio corpo
è un prato
ed il mio cuore
vive in esso.
Distesa nell’erba
erba
erba.
Sto.
Ed il vento, il vento
quali carezze il vento!


 

Una serie di sandali
per un paio di piedi
che han molto camminato.
Magari sempre gli stessi passi
ma tanti, tantissimi passi.
I sandali ed i miei piedi
sono amici
che si scambiano i pareri
sui passi che han fatto
e su quelli che faranno.


 

Mentre domani
io parlerò, parlerò
per vendere cose,
le formiche
di questo formicaio
continueranno instancabili
il loro andirivieni
per tutto il giorno
e tutta l’estate,
fra il muro ed il muschio,
vicino all’edera, sotto il pino.


 

Ecco Nicola
il nostro nipotino:
con il flauto
gli suono un motivetto
ed i suoi corti capelli
iniziano a danzare,
profumano le sue orecchie
di frittelle di mele,
sorridono i suoi denti
come lenzuola stese
ed i suoi occhi
sono fontane
dalle quali sgorga
felicità.


 

Ma una poesia allegra
che parli di cazzuole
che spalmano crema
su case di marzapane
che parli di martelli
che piantano chiodi
di gomma che parlino
di manici di scopa
per streghe multicolor
di rastrelli che pettinano
l’erba di cucchiai di legno
che rimestano zuppe
d’amore e umore
che parli di pace
non di guerra
che parli d’impegno
per salvare la Terra?


 

Gli Iris
in quel tratto di strada
dove la carreggiata è dissestata,
fra le auto ed i camion
dove la vita va e viene
nel rumore ogni anno
rifioriscono
gli Iris.
Tu quell’anno
il 28 alle 18
lasciavi la vita
ed io sempre
ti penso,
cara.


 

Inizio anno 2022.
La temperatura, dopo la Befana,
è due gradi sotto lo zero.
I marciapiedi sono gelati.
Fate attenzione.
Le mascherine chirurgiche
gettate a terra nel parcheggio
sembrano sogliole congelate.
Questa società spreca
anche il cibo, lo butta in terra,
lungo le strade e nei parcheggi.
La pandemia ha evidenziato
l’indifferenza, l’ignoranza.
Io cammino a testa bassa.
Soffro.
Mi dicono di fregarmene,
di non prendermela
per tutte le sciocchezze.
Lo spreco di cibo
è infatti una sciocchezza
non una sconcezza.
E le sogliole congelate
sono le mascherine,
la Findus non c’entra.


 

Perché sotto la doccia
non mi vien da cantare?
Eppure l’acqua, il sapone, il calore
elementi son di buonumore.
Forse cantavo quand’ero bambina?
Di certo fischiettavo, ma in bicicletta.
Sarà un fatto esistenziale
o solo commerciale
questa cosa della doccia
che non mi fa cantare? 
O lo faccio per non stonare?
Nel ’57 in Occidente son nata,
guerra o carestia non ho provata,
molta vita ho sulle spalle
mentre altri da me amati
nell’Aldilà da tempo son volati.
Proprio per questo
sarebbe il caso di cantare
o almeno fischiettare.
Colpevole è forse il clima
l’orario, l’ambiente,
il tipo di bagno schiuma,
lo shampoo, la spugna?
O il mio rapporto con la gente?
Sarà d’approfondire?
Contattare uno psicologo
per provare a capire?

 


 

Cerco ma non trovo.
Probabilmente
non cerco nel posto giusto.
Come potrei trovare?
E cosa dovrei trovare?