Il cacciavite edizioni
Per
Gina e Danilo
con Adriana, Franca, Giorgio, Sergio, Vanina, Roberto, Marcella, Edoardo, Maria Vittoria, Maria Cecilia, Marianna
Ringrazio l’amica argentina Orietta Cortellini.
Disegni “Gli alberi di Buenos Aires”di Nunzia Busi

In Argentina c’era un duro governo militare, allora spariva la gente e gli Argentini erano in guerra con gli Inglesi per il possesso delle isole Falkland, per las Malvinas.
All’aeroporto di Fiumicino, dove eravamo arrivati in treno da Milano, un ragazzo ci prega di portare un pacco a Buenos Aires. Al momento accettiamo. Quando poi stiamo per imbarcarci ci prende una forte paura e gettiamo tutto in un cestino. Siamo scontenti di questo gesto, avremmo dovuto dire di no subito. Arrivati all’aeroporto Ezeiza, qualcuno da dietro ci chiama a voce alta. Stiamo per ritirare i bagagli, facciamo finta di niente. ”Non girarti”, mi dice Gio, ”camminiamo”Siamo abbastanza terrorizzati. Ci allontaniamo con i carrelli. ”E se ci seguono? E se mettiamo nei guai la Gina e Danilo?” Per qualche giorno ci rimane l’impronta della paura. Ci passerà. Ci raccontano dei giovani scomparsi, di certe maestrine, anche lì nella via, una ragazza così brava e dolce. Forse abbiamo fantasticato troppo, forse erano solo lettere, lettere d’amore.
Vado a cercare nei miei cassetti pieni di fogli scritti e di disegni, quello che scrissi allora di ritorno dall’Argentina. Mi viene voglia di rileggere quelle pagine e le trovo addirittura rilegate dentro un libro intitolato “Le evasioni non fiscali di una commerciante”. Faccio la fotocopia dei fogli che m’interessano e rimetto il volumetto nell’oblio, che lì deve stare.
Ecco qui di seguito alcune parti di ciò che scrissi allora:
“17 dicembre 1982”
Questo che scrivo è ciò che vi posso dire dell’Argentina;sono poche impressioni notizie dato che il nostro soggiorno è durato soltanto un mese ed io credo, per conoscere un paese e la sua gente, bisognerebbe viverci per un po’ e tornarci spesso come dei Marco Polo.
Da Campana, dove eravamo ospiti di Gina e Danilo, siamo arrivati fino a Mar del Plata(circa 550 km da Buenos Aires.)
Come nei libri di geografia, comincio dalla capitale Buenos Aires, la città famosa per la sua Piazza di Maggio, tristemente famosa in questi giorni. Una piazza molto ampia con uno sfondo bello di tramonto:la casa Rosada. La Ciudada de Nuestra Seniora de Buenos Aires(fondata con questo nome nel sedicesimo secolo in ringraziamento alla Madonna che concesse venti favorevoli ai primi navigatori coloni), conta oggi sette milioni di abitanti(in totale in Argentina sono circa ventisette milioni, in un territorio che è nove volte l’Italia.)Popolarissima di gente d’ogni razza, due terzi sono bianchi, italiani e spagnoli, un terzo meticci, mulatti indios. Molte sono le comunità tedesche ed ebree createsi dopo la disfatta del nazismo in Europa ed è gente molto riservata ed estranea agli eventi del paese, almeno apparentemente, dato che hanno le loro scuole, i loro ospedali dove entra solo gente tedesca…”
A questo punto, mi verrebbero certe pesanti considerazioni relative alle molte SS che hanno trovato ospitalità in Sud America, con la protezione di gente molto in alto…
Da qualche parte c’è stato un Garage Olimpo, forse in una di queste vie, dove passiamo con il pulmino dove tutti i posti sono occupati:oltre l’autista dai lineamenti sagnoli, Franca, Sergio, Federico, io e Giò, Marta, Cecilia, Adriana. Franca ha avuto una bella idea, così non perdiamo tempo su e giù con il passeggino di Federico e ci fermiamo dove vogliamo.
Attraversiamo in lungo ed in largo la città. Scendiamo in alcuni punti che ci piacciono. La Boca è il luogo che più mi attira, ma la realtà è abbastanza triste. Si, le chapas sono simpatiche in quei vivaci colori blue, giallo, rosso, ma sono case di persone e sono in lamiera e dentro intravedi situazioni di disagio, molti letti in una stanza, la bicicletta sopra un mini balcone, merce ammucchiata. Lungo il Caminito espone qualche pittore ed alcuni fotografi. Niente di speciale. Acquarellini un po’ slavati e tele un po’ false. Forse non è il giorno giusto. Un fotografo in fondo alla via attira la nostra attenzione, è il più bravo, gli compriamo una foto di un lampione che si specchia in una pozzanghera con lo sfondo delle lamiere colorate.
Alla Boca anche le case in muratura sono un po’ sopraelevate perché, ci spiegano, quando piove molto si allaga tutto, infatti qui è praticamente la foce e cioè la boca del rio della Plata. Qui sbarcarono anche gli emigranti italiani. In un angolo c’è una ballerina di Tango che accompagna il suo compagno che suona la fisarmonica, il bandoneon. Ballano sulle musiche di Astor Piazzola. Franca dice che questo è un quartiere di poveracci, oggi soprattutto cinesi, mentre una volta erano tutti genovesi. Io non scatto nessuna fotografia, è Giò che ha la vecchia Olimpo che in Argentina c’è già stata. Io ho soltanto la mia stylo blue..
Cecilia vuole comprare la maglietta di Maradona. Questo è il suo quartiere, qui ha tirato i primi calci al pallone. Arriviamo allo Stadio del Boca dove si susseguono gli altarini al grande eroe calciatore, simbolo del riscatto popolare. Anche Federico avrà la palla del Boca e la divisa del Quilmes da Sergio che lo farà felice.
Riprendiamo la strada, arriviamo a Puerto Manero, molto ben ristrutturato. Qui è ormeggiata una nave di Greenpeace. Ci guardiamo intorno. L’atmosfera è molto francese, come in tutta Buenos Aires del resto. Sono soprattutto i platani in certi quartieri a darle questo profumo europeo, anche se molte piante caratteristiche di qui sono state importate dalla foresta tropicale e si chiamano Ombù, Tipa, Jacarandà, Palo Borracho, Ceibo, Lapacho.
Arriviamo nel quartiere Palermo dove Sergio che studia architettura, divide un monolocale con sua sorella Vanina che è medico dietologo in un ospedale popolare. Il posto è molto carino, mi ha ricordato il primo appartamento di Henri a Marsiglia con quella vetrata in fondo che dà sulla via. Anche il quartiere è simpatico:fruttivendoli, panettieri, negozi vari, ristoranti e parco giochi. Buenos Aires è così, una grande contraddizione di enormi palazzi e di quartieri dove la gente si ritrova alla sera bere il mate ed a giocare alle carte.
Girovaghiamo un po’ sul computer di Sergio, ci scambiamo la casella di posta. Lui ci mostra i suoi modellini architettonici, una biblioteca, un miniappartamento, molto belli, fanno parte delle sue discussioni d’esame, sarà un futuro architetto portegno come Benedit, Testa, Puppo, di cui ho visitato le case…in una bella rivista di architettura.
Nell’aria aleggia il profumo di cera d’api del presepio in statuette di cera gialla che abbiamo regalato a Vanina.
…
que las proas vinieron a fundarme la patria ?
Irìan a los tumbos los barquitos pintados
entre los camalotes de la corriente zaina.
Pensando bien la cosa supondremos que el rio
era azulejo entonces como oriundo del cielo
con su estrellita roja pra marcar el sitio
en que ayunò Juan Diaz y los indios comieron.
Lo cierto es que mil hombres y otros mil arribaron
por un mar que tenia cinco lunas de anchura
y aùn estaba repleto de sirenas y endriagos
y de piedras imanes que enloquecen la brùjula.
Prendieron unos ranchos tremulos en la costa,
durmieron extranados. Dicen que en el Rìachuelo,
pero son embelecos fraguados en la Boca.
Fue una manzana entera y en mi barrio :
en Palermo.
Una manzna entera pero en mità del campo
precenciada de auroras y lluvias y suestadas.
La manzana pareja que persiste en mi barrio :
Guatemala, Serrano, Paraguay, Gurruchaga.
Un almacèn rosado como revès de naipe
brillò y en la trastienda conversaron un truco;
el almacèn rosado floreciò en un compadre
ya patròn de la esquina, ya resentido y duro.
El premier organito salvaba el horizonte
con su achacoso porte, su habanera y su gringo.
El corralòn seguro ya opimaba Yrigoyen,
algùn piano mandaba tangos de Saborido.
Una cigarrerìa sahumò como una rosa
el deserto. La tarde se habìa ahondado en ayeres,
los hombres compartieron un pasado ilusorio.
Sòlo faltò una cosa:la vereda de enfrente.
A mì se me hace cuento que empezò Buenos Aires:
la juzgo tan eterna como el agua y el aire.
La traduzione in italiano suona così :
Quindi fu per questo fiume canterino e di fango rumoroso
che le prue vennero a fondarmi la patria?!
Si sarebbero capovolte le barchette dipinte
fra gli isolotti della corrente Zaina(Bs.As.)
Pensandoci bene si può supporre che il fiume
fosse azzurro allora , come oriundo dal cielo
con la sua stellina rossa per segnare il posto
ove digiunò Juan Diaz e gli indios mangiarono.
Certo fu che mille uomini ed altri mille arrivarono
per un mare che aveva cinque lune di larghezza
e pure era pieno di sirene e di mostri
e di pietre calamite che impazziscono le bussole.
Accesero alcuni “ranchos” tremuli nella costa
dormirono increduli. Dicono che nel Riachuelo
ma sono inganni tramati en la Boca
successe in una mattinata intera nel mio rione:Palermo.
Una mattina intera ma nella metà del campo
presenziata dalle aurore e da piogge e da tempeste.
La mattina è quella stessa che persiste nel mio rione:
Guatemala, Serrano, Paraguay, Gurruchaga.
Uno spaccio rosato come il rovescio delle carte
brillò e dietro le quinte giocavano un truco;
lo spaccio rosato fiorì in un compare
già padrone dell’angolo, già risentito e duro.
Il primo organetto spuntava all’orizzonte
con il suo portamento malaticcio, la sua habanera(danza di origine creola)ed il suo gringo.
Il recinto dava il suo parere Irigoyen
qualche piano suonava tangos de Saborido.
Una tabaccheria profumò come una rosa
il deserto.Il pomeriggio era affogato nel ieri,
gli uomini condivisero un passato illusorio,
soltanto qualcosa mancò:il marciapiede di fronte.
Mi sembra come in una fiaba che si fece Buenos Aires:
la giudico tanto eterea come l’acqua e l’aria.
Non ricordo se a questo punto riprendiamo la via passando dall’Avenida de Mayo, se ripercorriamo la 9 de Julio davanti all’Obelisco, se passiamo di nuovo davanti al teatro Colòn. In realtà è la mia mente che fa percorsi stravaganti, veramente vorrei una sosta al Caffè Tortoni dove si sedettero Borges, Garcia Lorca, Pirandello oppure vorrei visitare l’operoso formicaio nel sottosuolo del teatro Colon, fabbrica incessante di scenografie, costumi e chissà che altro. Anche Giò vorrebbe incontrare uno dei tanti disegnatori di fumetti argentini, un nome per tutti, Altuna o qualcuno della vecchia guardia, Quino, Mordillo, Copi.
A Buenos Aires è d’obbligo sognare, come fanno tutti gli argentini, illudersi che sei lì, invece sei là, perché la realtà potrebbe essere diversa. “La vita non è un fumetto, baby”, però ogni singola vita è una bella avventura...
Andiamo a mangiare in un fastfood ed è come a Milano o a Bergamo. Ci sono gruppi di maestre che fanno la festa di fine anno, per loro sono iniziate le vacanze estive. Ci sono impiegati con la ventiquattr’ore, ragazze che mangiano bistecca ed insalata e qualcuno la pizza. Sul nostro tavolo troneggiano le CocaCola.
“Buenos Aires, come le altre città argentine, è divisa in quadre di terra, di cento metri per cento metri così le strade s’intersecano a 90°:sorvolandola in aereo è una spettacolare scacchiera i cui quadrati sono verdi e grigi. All’estrema periferia ci sono le caratteristiche bidonville sudamericane con le case basse ed i tetti di lamiera, un solo locale per viverci e dormire. Sui tetti comunque c’è l’antenna della televisione.In questi quartieri, le strade sono di fango con tantissimi bambini e ragazzi che giocano a cicche o a pallone.
Los barrios del ceto medio hanno le case sempre a pian terreno, ma con il tetto di cemento.Inoltre hanno il patio, cioè il giardino con la parrilla che è la griglia per cucinare l’asado, tipico cibo argentino a base di carne di manzo e di maiale alla griglia.
Il centro di Buenos Aires è soprattutto commerciale:grandi negozi carissimi ed inaccessibili alla gente comune, un’infinità di banche, enormi cartelloni pubblicitari, centinaia di taxi gialli e neri e poche auto private.
Coloratissimi e molto suggestivi sono los colectivos, i pullman colorati e con le portiere sempre aperte, il mezzo più amato dal popolo argentino. Esiste anche un metrò, quello ancora degli inglesi, con le carrozze da farwest.
Florida, Lavalle, San Martin, sono le strade cuore della capitale. Qui i bambini ti lucidano le scarpe per diecimila pesos, (circa 400 lire). La vita è frenetica in tutte le ore del giorno e della notte.”
Ripercorrendo in questa fine millennio le strade di Buenos Aires, abbiamo trovato tutto molto uguale, come stuccato, Soltanto i collectivos sono stati sostituiti da pullman più moderni e ci sono meno taxi.
Lungo la Costanera, ai bordi del Rio della Plata che è come un mare marrone e ci vedi in lontananza girare le petroliere, i choripan cucinano nei loro baracchini pane e salsiccia e c’è anche qualche pizzaiolo ambulante.
“La classe media si può dire scomparsa con l’enorme svalutazione del peso. Il 17 novembre 1982 un dollaro veniva quotato 40.000 pesos al mercato ufficiale e 70000 al mercato nero. Lo stipendio di un peon, un operaio semplice, è di tremilioni di pesos, vale a dire novantamila lire al mese. Stipendio da fame se consideriamo l’alto costo della vita. La crisi si è accentuata nel 1982 con la guerra per le isole Malvine “que fueron, son y seran argentinas”. Gli argentini sono fortemente nazionalisti tanto da non capire che la giunta militare, con questa storia delle Malvine, li sta portando alla rovina. Del resto i militari speravano di coronare il loro disastroso governo con una bella vittoria militare sugli inglesi. In Florida, una delle vie del centro, potevi visitare una squallida mostra dedicata alla guerra:resti di divise militari, medaglie di generali, fotografie di navi…insomma tutti i resti di un’illusione fatale per un popolo che non aveva certo bisogno d’una simile tragedia. Questa guerra ha fatto giovani morti, mandati allo sbaraglio con un equipaggiamento di fortuna, in un freddo polare…”
In questa fine d’anno 2000 abbiamo saputo che è proibito agli argentini ogni accesso alle Isole Falkland. Se vuoi recarti laggiù devi partire dall’Uruguay o dal Cile. L’umiliazione è stata forte.
“nei discorsi dei giovani senti la voglia di cambiare frenata da certo fatalismo tipico, credo, di tutta l’America Meridionale:” forse questo è il nostro destino, forse è Dio che ha voluto così.”
Woitila nel suo recente viaggio è venuto a Lujan, tappa religiosa importante del Sud. Qui ha avuto grandi parole di conforto per il popolo e di fatto la sua figura è tenuta in gran conto perché le persone sono molto religiose al limite del fanatismo e della superstizione. A Lujan vendono immagini papali e bottigliette di acqua benedetta dal papa durante la sua venuta ed ogni anno c’è un pellegrinaggio di 160 chilometri da Buenos Aires, di cui l’ultimo tratto in ginocchio…”
Così oggi, ventitré dicembre 2000 siamo di nuovo a Lujan;abbiamo visto arrivare una ragazza sulle ginocchia. Noi stiamo seduti al bar proprio al lato della piazza di questa cittadina assai spagnoleggiante.
Osservo i portici ed il Cabildo, forse più tardi, da lì dietro, comparirà Zorro a salvare la gente dalla miseria.
Ci alziamo ed andiamo a visitare un magnifico parco al di là della cattedrale. Capitiamo in un ufficio turistico dove alcune persone ci rivolgono la parola in italiano” italiani del nord o del sud?”Per fortuna è venuto Maradona a mettervi un po’ d’accordo. ”Non capisco bene perché non ho seguito l’avventura calcistica del calciatore argentino in Italia, capisco però che Maradona è un mito. La rivincita dei poveri sui ricchi, una specie di riscatto sociale. Deve essere lui Zorro. ”Diego te quiero”, come recita una canzone del cantante Rodrigo che ascoltiamo spesso in auto con Roberto.
Ci dirigiamo verso il centro commerciale di Lujan. Che caos, come in centro a Milano o a Los Angeles…un ingorgo furibondo di auto, negozi, pubblicità come dappertutto. Negozi d’artigianato locale non ce n’è. Tanti negozi di santini e santelle e madonne e Gesù come a Sotto il Monte, come in San Pietro…Mi fa orrore questo impasto di sacro e profano.
Prendo in mano un piccolo poncho che avrei voluto per Giulia o Adele. L’etichetta dice made in Tawan.
L’avevo già notato anche a Buenos Aires. Nel 1982 avevamo trovato molti più negozi di lavorazione del cuoio e dell’argento. Ricordo il grido “gringos de mierda”quando entrammo con Danilo per comprare un charango, famoso strumento musicale fatto con la carcassa dell’armadillo. Oggi non lo farei più, a parte che l’armadillo è un animale protetto, mi vergogno ancora un po’ quando il mio sguardo si posa sui peli ispidi fra le orecchiette…e le mie dita si muovono fra le corde fatte di tendini di cavallo…
La gente è arrabbiata con gli stranieri, in particolare con gli americani del nord. Hanno ragione. Vorrei spiegare che noi non siamo di quella razza lì, che siamo davvero interessati al diverso da noi, che siamo spiriti liberi…ma il colore della pelle e dei capelli, la barba di Giò, il modo di guardare di Marta, i suoi occhi azzurri, il passeggino ultimo modello Chicco di Federico, le scarpe made in Italy e che ne so, capisci che tu sei distante, che è meglio se non t’intrometti, che sei davvero un gringo de mierda.
Penso a questo anno giubilare che mi ha toccato ben poco. Penso al mio rincorrere merce tutto il giorno, penso al mio tutto. Penso ai morti. Alle madri. Alle nonne.
Woitila però, non ha avuto parole di denuncia dei militari, non ha detto”tirate fuori i morti, dite alle madri ed alle nonne dove sono i corpi dei loro figli e dei loro nipoti”. Non ha fatto tremare con parole di fuoco i potenti della terra. Wotila però non ha condannato Pinochet. E’ venuto e se n’è andato, tanti saluti e baci. Forse fra qualche anno chiederà altre scuse…
Dicono di certe torture indescrivibili, dicono che Amnesty International è intervenuta varie volte, dicono che stanno trovando delle fosse comuni o che andavano con gli aerei in mezzo all’Oceano e li scaricavano là…
dicono che non faranno più ritorno, che nemmeno risorgeranno.
Qui non s’intravede nessuna luce divina, qui ci sono solo lacrime di madri ed occhi secchi di nonne.
Qui è molto triste.
“Agrio esta el mundo, immaturo, detenido,
sus bosques florecen puntos de acero
…
agro esta el hombre
sobre el mundo
balaceandose
sobre sus piernas”…(…acerbo è l’uomo sul mondo dondolandosi sulle sue gambe…)
così dice Alfonsina Storni, poetessa argentina. La sua visione del mondo contemporaneo è senza via d’uscita e senza speranza. L’uomo gira sempre sugli stessi perni, incapace di decisioni diverse che possano dare una svolta in senso davvero libero all’umanità.
Qui, non posso non ricordare El Che. Vedo il suo bel viso stampato su una delle mie magliette nel mito che ne ha fatto la mia generazione. Ricordo un tema in classe al liceo sul Che e su Gandhi. Due persone all’antitesi che hanno vissuto la loro vita facendo la scelta di stare dalla parte dei poveri. Ricordo che presi le parti di Gandhi perché la non violenza è sicuramente un’arma molto più efficace dei fucili. Ma mettiamoci nei panni dei popoli sudamericani. Guevara era un giovane di famiglia agiata, un ragazzo dal grande cuore e dalla grande asma. Mi aveva affascinato la sua vita, nasce a Rosario e trascorre molta parte della sua adolescenza a Cordoba, sempre rintanato in una qualche biblioteca a studiare. Si laurea in medicina nel 1953 presentando una tesi sulle allergie, ne andava della sua vita. Nei suoi diari ha lasciato molte informazioni sulla sua malattia, su quanto lo facesse soffrire, sulle sue crisi e sulle medicine che usava. Un viaggio in moto attraverso il continente sudamericano aveva però già mutato la sua vita. La sua scelta della rivoluzione armata si può spiegare con la storia dei paesi sudamericani, con il sogno del socialismo reale, con l’amicizia di Fidel. Quando prende le difese del popolo boliviano è già El Che per via di quell’intercalare tipico argentino, come noi diciamo “né Simona, né Francesco…”, gli argentini usano dire chè, ”chè Pablo, chè Ernesto…”Ernesto Guevara detto El Chè, muore assassinato, come Gandhi. Ci sarebbe molto da discutere, l’India non è la Bolivia, però l’operazione Mato Grosso è uguale alla campagna umanitaria che da anni porta avanti lo scrittore Dominique Lapierre a Calcutta e dintorni. Noi popoli ricchi, stiamone fuori. Mandiamo qualche missionario, ma non facciamo delle scelte decisive per saldare il debito del terzo mondo. Del resto noi siamo nati in Europa, cosa c’entriamo. Noi berlusconiamo, privatizziamo, produciamo armi, partecipiamo a nostro modo, siamo solidali con gli Usa, il capitalismo in fondo ha le sue esigenze, certe regole del gioco vanno rispettate.
“Pace in terra agli uomini di buona volontà”, l’abbiamo sentito dire in castellano la domenica di Natale a Messa nella cittadina di Campana. Anche lì, in un angolo della chiesa era nato un bambinello.
Perché dunque i bambini devono pagare per le colpe dei potenti della terra?E per quale Dio dobbiamo fare la pace?E’ più Dio quello dei Palestinesi o quello degli Israeliani?Quello Americano o quello Indiano?Qual è il vero Dio che s’è fatto uomo per salvarci?
“La vera Argentina è nell’interno e cioè sono i milioni di ettari popolati soltanto da vacche e cavalli. E’ questo il paese che incontrarono i primi colonizzatori. Ed è il Gaucho il principe della Pampa. che “imparò la via delle stelle/le usanze del vento e dell’uccello/le profezie dei mari del sud/e della clonata luna…”
El Martin Fierro, il libro tradizionale argentino, scritto da un tale J:Hernandez intorno al 1850 è una lunga ballata in poesia delle tristi vicende del gaucho Martin Fierro e della sua famiglia.
Il tipico gaucho argentino è esempre raffigurato con la chitarra in mano;il gaucho balla il tango ed in esso esprime il suo animo passionale, la sua malinconica dolcezza.
Tocar la chitarra e tomar mate erano i momenti felici della sua esistenza.
La tradizione del tomar mate risale agli indiani Guaranì:il mate è un piccolo recipiente di terracotta o di zucca oppure di corno di bue in cui viene messa l’erba mate, prodotta nel nord dell’Argentina. All’erba si aggiunge acqua bollente e si fa il giro bevendo da una cannuccia o bombilla. Ha un sapore amarognolo ed è un po’ difficile abituarsi alla tradizione di tomar mate ad ogni ora del giorno. Forse questa tradizione ha qualche similitudine con la grolla della Valle d’Aosta o con il calumet della pace."
Anche quest’anno siamo ritornati in Italia con l’intenzione di tomar mate al posto del caffè. Ma è durato poco, non l’abbiamo nel sangue. Il mate in alluminio con l’interno in cocco e la sua bella bombilla mi guardano sempre dalla mensola della cucina. Stanno lì per ricordarmi L’Argentina ed il suo grande fascino. Anche i sacchetti di mate che ci ha dato Franca, uno persino di “mate gusto caffè”(lei già prevedeva…)sono dentro l’armadietto delle scatolette, ora che si avvicina l’inverno potremmo fare un altro tentativo…
“Imboccando una delle tante strade in terra battuta che portano in pieno campo, puoi vedere ancora gauchos vestiti alla vecchia maniera tradizionale :i pantaloni sono un largo pezzo di stoffa rivoltato in modo da fare da calzoni, fermati a sbuffo negli stivali di pelle di cavallo. La cintura è un nastro colorato in varie tinte e sopra ce n’è un’altra di cuoio decorata con monete d’argento. Dietro spunta l’indispensabile coltello con il manico in cuoio e magari fodero in argento e rame. La bella camicia bianca, con le maniche larghe spicca sotto un bolerino di stoffa. Sopra a tutto c’è il poncho su cui si potrebbe scrivere un libro a parte; infatti questo indumento ha una sua storia molto interessante che riguarda la lavorazione della lana, i colori ed i disegni molto simbolici.Il poncho non è soltanto un mantello per il gaucho, ma anche tavolo per giocare a truco,, coperta per il suo cavallo e giaciglio su cui riposare.
Infine il cappello, rotondo e piatto, fermato al collo con un nastro.
Il mezzo di trasporto è stato ed è ancora il cavallo. La sella è di cuoio così come tutta l’attrezzatura per cavalcare. Molti sono gli artigiani che si dedicano alla produzione di tutti quegli utensili necessari alla vita gauchesca. Roberto ci porta a visitare un allevamento di cavalli da corsa e seguiamo le attività per l’intera giornata attraversando magnifici campi coltivati a lino. il cui colore si mischia con quello del cielo.
In Argentina l’ambiente naturale si può dire intatto. Nei grandi fiumi, grandi come mari, puoi pescare grandi pesci che risalgono dall’Oceano. Un giorno ci inoltriamo nel fiume con una lancia insieme a Roberto in un paesaggio ancora vergine. Peschiamo tutto il giorno. Io dei bellissimi terrificanti pirana. Lui e Giò certi grossi pesci dette boghe che cucineremo poi alla griglia.
Alte e verdissime piante di ceibo illuminano con i loro rossi fiori le rive del fiume. Uccelli di ogni tipo volano fra le chiome di alberi mai visti. In particolare un uccello molto comune qui detto “ornero”il cui nido è un cunicolo al fondo del quale c’è la culla per i piccoli. Nel fiume ci sono le lontre ed i tapiri. Forse nascosto c’è qualche armadillo.
Facciamo la conoscenza dei quis, grossi topi di campagna che mai si sogneranno di stabilirsi dal loro cugino di città anche se quest’ultimo vive nella cantina di un ricco bottegaio…
Grossi lucertoloni, parenti stretti dei coccodrilli, i lagarti, ci tagliano la strada, mettendoci una gran paura.
Lepri, pernici, tacchini volanti…dinosauri, si, lo ha scritto anche Chatwuin, là in Patagonia, si, quello era solo un resto fossile, però è possibile, si, credo che sia possibile in questa meravigliosa terra scoprire qualche strana magia."
Percorriamo più di duecento chilometri con negli occhi solo terra e vacche e sopra di noi quel cielo troppo azzurro e troppo basso, un cielo sconvolgente e che si lascia accarezzare. Nella pampa sperimentiamo una grande sensazione di libertà, come in cima ad una vetta. ”Grande”, questo è uno degli aggettivi che più si addicono all’Argentina. ”Grande” e “lontano”:come ha detto un filosofo argentino, nella pampa tutto vive di lontananza e dalla lontananza. Quasi nessuno è dov’è, ma molto più avanti dell’orizzonte di sé stesso. Ognuno vive grazie alle sue illusioni, come se fossero realtà ed è questo il maggiore tratto dell’essere argentino:essere promessa. Scrivo questo mentre oggi, dicembre 2001, l’Argentina è sprofondata nel baratro. La gente è insorta perché il governo a bloccato i conti in banca della gente(il corralito). La dollarizzazione e cioè l’eguaglianza che ormai vige da dieci anni fra peso e dollaro, ha creato un indebitamento enorme, ormai impossibile da saldare. L’Argentina è stata quasi tutta venduta, la stessa compagnia aerea con cui siamo arrivati, Aerolineas Argentinas, è ora proprietà privata. Il campionato di calcio è stato sospeso per mancanza di soldi. Una grande nazione con enormi ricchezze di ogni tipo è costretta in ginocchio perché in cinquant’anni i suoi governanti hanno fatto solo il loro interesse senza preoccuparsi del popolo argentino. Provo un forte dolore sentendo i radio giornali di questi giorni. E la vigilia di Natale.
L’anno scorso eravamo riuniti in casa di Franca. Franca dalle mani d’oro. Lei è insegnante di disegno ed è una persona molto creativa e sensibile. Mi porta in un atelier di “pittura” dove c’è una signora molto carina che vende belle arti insieme ad oggetti artigianali artistici di vario tipo. Il posto si chiana Monna Lisa, mi emoziono non poco e compro alcuni oggetti di legno decorato. Franca mi regala una scatola di “pasta di porcellana fredda”che userò molto per fare alcune riparazioni di ceramica ;è un prodotto interessante, in Italia non c’è. Franca è molto precisa, pittura su stoffa creando dei veri capolavori. Diciamo che in lei la vena artistica non è dispersiva come nel mio caso. Nei suoi confronti io sono “la strega pasticcia”. Stando qui avrei molto da imparare.
In questi giorni ci siamo sentite per telefono. Mi racconta della protesta con le pentole a Buenos Aires, il caserolazo, mi dice che è contenta ora che i suoi figli sono lì con lei e che teme per il futuro, non si sa come andrà a finire.
La vera soluzione per L’Argentina sarebbe buttar fuori tutti i latifondisti, riappropriarsi dei propri territori, ricostituire una nazione governata da gente non corrotta e che vuole il bene di questa nazione davvero meravigliosa. Gli argentini hanno tutte le ragioni per protestare perché qui è stato fatto il peggio di tutto. Forse quella generazione che è scomparsa ora sarebbe al potere in una situazione ben diversa.
Ripensando al Natale 2000 ci rendiamo conto d’aver instaurato un legame fortissimo con questo paese così diverso dall’Italia, ma così simile per la gente che lo abita. Noi non siamo andati da turisti. Il nostro è stato un viaggio dell’incontro, per far conoscere i nostri figli ai figli dei nostri cugini, per mantenere e rafforzare un contatto, un modo per fissare nella memoria i racconti dei miei zii e di altri emigrati, per non dimenticare, per convincerci ancora di più della ricchezza umana che popola la terra. E’ stato un viaggio di valori umani che spero abbiano germogliato nel cuoricino dei miei figli e vorrei che coltivassero questa piantina con cura speciale.
Un Natale molto particolare, al grande caldo, non davanti al camino, ma ai bordi di una piscina. La Gina mi dice che da quando è qui, le festività natalizie non sono più quelle. La neve, la neve, le manca tanto la neve. E’ il diciannove dicembre quando arriviamo a Buenos Aires, ci sono trentasette gradi. Telefoniamo a casa “tutto bene”, mia mamma mi dice che sta nevicando e le montagne sono tutte imbiancate. Lo dico alla Gina che, seduta sulla solita poltrona, sembra guardare fuori dalla finestra. In realtà osservo il suo sguardo che si perde dentro la memoria, in un tempo ormai lontanissimo, ecco suo padre Leonardo e sua madre Annunciata. Il Nardo e la Ciàda, i miei nonni. La Gina assomiglia molto alla Ciàda però ha gli occhi azzurri come quelli di mio padre. Il mio sguardo si perde dietro al suo, in ricordi belli di neve e freddo. So che mio padre ha approvato questo viaggio ed ora è qui con noi.
Anch’io penso che è un Natale speciale e sono felicissima d’aver lottato per arrivare fino qui.
Ho fissato in questo libretto delle sensazioni. Qualche argentino sorriderà delle piccolezze che ho scritto per un paese così grande.
Come nel 1982, il percorso è stato identico. Ci siamo mossi solo nel raggio di pochi KM. E se pensate che sono tremilasettecento i chilometri che separano Campo Duran all’estemo Nord del paese, da Ushuaia all’estremo Sud, potete ben dire che non abbiamo visto nulla. Ma vi sbagliate di grosso perché abbiamo visitato la vita delle persone che ci hanno così splendidamente accolto e festeggiato e vi assicuro che il paesaggio è altrettanto meraviglioso e ricco di Peninsula Valdez, Ghiacciaio Moreno, Patagonia, Terra del Fuoco e cascate dell’Iguazù, senza contare i fiumi”color leone”e la fauna selvaggia e la meravigliosa flora. A perdita d’occhio ci siamo lasciati trasportare dalle emozioni e ringrazio il Dio degli Indiani Guaranì per avermi donato la possibilità di questa esperienza con Gio, Marta, Cecilia e Federico.
Hasta luego, Argentina.!

Nell’altro mondo
per capire molto di più
e per riempire l’anima d’emozioni.
Perché c’è un bisogno
di viaggio e conoscenza,
di sfida e diversità
di confronto,
mentre qui spesso
c’è odore di chiuso.
Noi insieme
con quest’aria
che muove le foglie,
con quest’aria
che muove la vita
e gli abiti che danzano.

I Lagarti marroni
come agili lucertole
fra i vasi di terracotta,
gli occhi dei salici
come sguardi di betulle
perché questo è il nostro tempo
verde d’ogni verde.

La pioggia punge la terra
ed entra nel fiume
trafiggendolo.
Il rio Paranà
è troppo grande
se esce dal suo letto
travolgerà anche noi.
Stiamo sospesi
nell’umidità del mondo.
Il fiume scorre marrone
verso un mare blu.
Rimaniamo distesi
ed attendiamo.
Il fiume scorre rumoroso
ed è come un mare.
La petroliera avanza
mostro d’acqua
che appena ci passa
sotto il ponte di Zarate.

Ceibo 
fiori rossi come creste di gallo fra il verde delle foglie,
inno nazionale argentino che gli uccelli cantano sui fiumi.

Questo viaggio racconto
ed il vuoto intorno all’aereo
lassù in alto
accanto alla luna.
Questo viaggio incontro
ed i nostri bambini
seduti qui.
Questo viaggio nostro
verso il sole
per mano alla luna.

La luce ha grandi possibilità
anche fra le ciminiere
di cemento e d’acciaio.
Il cielo è tutto dipinto
è bello d’azzurri
e bisogna fargli festa
ammirarlo ed amarlo.
Quello argentino di più
perché è come più basso
e lo puoi accarezzare.





Siderca-Dalmine, Città di Campana.

Jacarandà 

Palissandro dai fiori lillazzurri.
Per vederlo fiorito dovevo venire in ottobre, per il mio compleanno.
Me ne regaleranno un ramo, quando tornerò a raccoglierne le foglie,
lamine di bronzo sulla terra d’argento.

Porto i regali
dentro un fagotto
appeso al becco
del mio corpo cicogna.
Li porto
di là dall’Oceano
a della gente buona
che è partita tempo fa
in cerca di lavoro.
Ho visto il nido
sopra il tetto della casa
ho visto il nido
ed i suoi abitanti.

Gli Indiani Guaranì
hanno inciso disegni geometrici
sopra le pietre e sulla terra.
Gli Indiani Guaranì
“tomaron mate”
come noi oggi qui
nella bella casa
Argentina.

Così immensi gli eucalipti
i primi a toccare il cielo
a “tocar el cielo”
in questo campo di cavalli bianchi
e pezzati
e marroni
e grigi.
Il vento agita le code
e s’intrufola fra le chiome
marroni e verdi.
Il vento non distingue
animali e piante
e non si può prendere con le mani.
Il vento fugge, rincorre
scompiglia e gioca a nascondino
fra i cespugli ed i salici
fra le criniere e le code.
Il vento è la musica del cielo.

L’autista è uno spagnolo
con i capelli lucidi
d’un nero inferno.
Ci porta nella Capital Federal
dove il Rio
è largo duecento chilometri
ed i choripan
fanno il fuoco sui marciapiedi.
Tira una buona aria
nonostante l’odore di salsiccia
tira una Buona Aria
qui a Buenos Aires.
La Casa Rosada
l’avrei dipinta un po’ meno intensa
e cambierei decisamente la divisa
a quei militari col manganello.
In alcuni quartieri
ascolto i platani
conversare in francese
con i passeri ed i colibrì.

Lapacho 
albero della foresta divenuto albero di città
come il topo di campagna che ha deciso di restare.

L’amicizia
è più dell’amore
L’amicizia
dona sempre
ed è come un sole
che scalda.
L’amicizia
fora le montagne
e cavalca le onde degli Oceani.
L’amicizia
trasforma un pezzo di legno
in un vaso o in uno sgabello.
L’amicizia
non si preoccupa di piacere.
L’amicizia è e basta.

Roberto lavora il legno.
Ha costruito i tavoli e le sedie
del ristorante dell’amico Pedro
e crea oggetti a forma di vaso
o degli sgabelli
su cui ti siedi come a cavallo.
Lui è argentino
ma è anche italiano
per come ama le cose e la gente.

Nell’altro mondo ho portato
anche quei pensieri sempre fluttuanti.
Alcuni splendidi di visi e carezze
in forma d’amore.
Altri molto tristi
di disaccordi e incomprensioni
senza forma.
Li ho portati in cielo
a undicimila metri
e dentro le onde
dell’Oceano Atlantico.
Sono dentro di me
nella mia anima bianca.

Perché ci deve essere Dio.
C’è anche di là
Dio.
Ha il muso d’un guerriero
precolombiano argentino.
Nella mano destra
tiene delle frecce
perché sarà lui a difendermi
da chi non crede nell’arte.
Nella sinistra
ha una testa umana
con un solo occhio
ed un becco al posto della bocca.

I delfini ci mandano sorrisi
dai loro denti grigio perla
e si apre un buco sulla loro testa
da dove esce ed entra la vita.
Guizzano e si tuffano
nuotano e s’alzano
C’è anche un beluga bianco.
Fan sognare le mille e una notte
o le ventimila leghe sotto i mari.

Sopra i tronchi
piccoli e contorti
stanno seduti gli gnomi
cercatori d’oro e diamanti.
Hanno visi strani
gambe lunghe e muscolose
e calzari a punta.
Abitano i boschi di Bariloche
e più giù nella Patagonia
vive una stirpe di gnomi maghi.
Curano con le erbe gli animali terrestri
e la loro regina
è bella ed ha occhi
di castagna e capelli
di seta lucidi e neri.
Il suo nome è Viki
ed è a lei che dedicano
le loro danze ed i loro canti.

L’aereo corre
come uno pterosauro
e prende il volo
fendendo la notte.
Le sue enormi ali
danzano sulla città
e Buenos Aires appare
un’immensa scacchiera
colorata e scintillante.
Là, là quella luce laggiù
c’è una festa di ragazzi
c’è Maria Cecilia
e vedo anche Eduardo.
Ballano la cumbia e ridono
della vita e del mondo.
Là, laggiù al teatro Colòn
stasera danno la Traviata
il tenore è argentino
e fra gli attori c’è Antonio Marquez
il ballerino di flamenco.
Mi piace molto
ascoltare la musica
osservare ballare,
mi piace molto fantasticare.
(come una vera “pataduras”)


Palo borracho



esuberante come una ballerina di tango
vestita di rosa sopra un tronco spinoso.

A Mar del Plata
le nuvole sopra il porto
prendono il colore arancio
dei pescherecci
dai nomi napoletani.
I leoni marini
saltano sulle barche
incredibilmente agili
reclamando
la loro parte di pescado.
Qui è come un ricovero
di foche e lupi di mare.
Al ristorante Santa Rita
mangiamo per due sere
il pesce dell’oceano
e beviamo San Felipe
vino di Mendoza.

Il liutaio Stelio Maglia
emigrò anche lui
negli anni cinquanta
povero in canna.
Era nato di maggio
il venticinque del 1925.
Diplomato allo Stradivari di Cremona
siamo nel 1946, appena finita la guerra,
un altro che sognava La Merica.
Cercò fortuna a Buenos Aires
e visse riparando violini
nelle viscere del teatro Colòn.
Forse lucidò
il violino di Toscanini
e forse sposò una ballerina
poi vissero in una soffitta
ed ebbero due figli musicisti…
Potrebbe iniziare da qui
il mio romanzo storico…

Danilo partì sopra una grande nave
ed era marinaio reduce di guerra.
Partì con un sassofono d’argento
e suonò per due mesi
ai signori della prima classe.
Quando scese a Buenos Aires
gli rubarono il portafogli
e da lì cominciò la sua avventura.
La Gina lo raggiunse
anche lei un viaggio
di due mesi di mare a star male.
Finalmente s’incontrarono.
Vissero un po’ di anni sull’isola
dentro la foresta sconosciuta.
Anche i genitori di Danilo
vollero partire e non rividero mai più l’Italia.
Sono sepolti a Campana
e Danilo ci farà un affresco
nella nuova cappella.

Nel campo c’erano i cavalli
almeno dieci
che bloccavano la via.
Dove vanno
questi gringos de mierda
lasciamoli passare.
Ma nel campo c’erano altri cavalli
almeno trenta
che bloccavano la via.
Dove vanno
questi gringos de mierda
non lasciamoli passare.
Andare o tornare
e andare come
se ci sono trenta cavalli
e tornare come
se ci sono venti cavalli.
Nel campo c’erano i cavalli
che sono tra gli animali
più belli della terra.

Seduti intorno ad un tavolo
d’un bel legno scuro
ascoltiamo una fisarmonica antica
che accompagna una chitarra classica.
La giovane ragazza si agita
nel tango del suo abito rosso
ed il suo anziano cavaliere
batte i tacchi sulla pedana.
E’ un andamento triste
e l’atmosfera è trasparente
e verde.
Ad un tratto un piccolo gaucho,
Dylan di cinque anni,
si esibisce in un numero
con le boleadoras.
La sala si riempie di sorrisi.
Centinaia di cocoritas
fanno il nido fra gli alberi
che hanno le cime mozzate dal vento.
Io adoro il vento.



Ombù
erba gigante e solitaria della Pampa.
Ombù
larga rotonda chioma
sopra un fusto che è come un piedestallo
dalla radice scolpita.
Ombù
baobab del sudamerica.

Fibbie d’argento
su cinture di monete,
stivali di cuoio
sopra selle di pelo
Dora e Dargento
cavalli nel vento
regine di cuori
re di denari
romantiche lune
odorate di miele
che vegliano le notti
fra questi cari amici
pizza a la pietra
empanadas de choclo
queso con dulce
e dulce de leche
un anellino d’argento
a forma di fiore
come pegno di terra
come pegno d’amore
sei troppo” linda”, Argentina
per non portarti nel cuore!

I palloncini colorati
spiccano il volo
nel bosco di Pinamar.
c’è profumo di asado
e la gente si riposa nel verde
sotto il cielo fatato turchino.
Mentre sulla parrilla
si cuoce il pranzo, io scrivo
e penso che se fosse possibile
reincarnarsi animale o pianta
sceglierei quell’eucalipto laggiù
così largo e maestoso
come la nazione Argentina.
Que dia es hoy?
Hoy es jueves cinco de enero.
L’aria calda dell’aeroporto Ezeiza
e le molte persone in attesa
anche un cane
ed una canoa ed un windsurf
un nene di nome Federico
una hostes argentina
un pilota moro
e molti muchas gracias
hasta luego senior
senora senoritas
el nene quiere dormir?
L’ultimo giorno lavorativo
dell’anno che sta per andarsene
nel caldo affascinante dicembre
di questa parte della terra,
ecco, nel pomeriggio,
piovere papelitos bianchi:
escono dalle finestre degli uffici
dei palazzi dei grattacieli
una pioggia di carte cartine
che volano nell’aria
per coprire Buenos Aires di bianco.
Ho pensato che è per invidia
che Natale senza la candida neve
che Natale è?
I papelitos coprono le strade
le fanno bianche
ed una lieve brezza li disperde qua e là
ogni albero ha un pezzettino attaccato
di carta che si confonde fra le foglie,
e domani qualcuno penserà
a spazzare le strade
perché domani è il primo dell’anno
del nuovo millennio
e non si sa cosa accadrà.

Nunca mas.
L’abisso dei desaparecidos.
Buenos Aires come Auschwitz.

Tipha 
alta, leggera, svolazzante nel cielo d’argento,
gialla, solare, fiorita d’estate
a fianco delle strade
e sui fianchi delle donne.

Franca Adriana Marcella
insegnano in un barrio popular
parlano ai bambini indios
li fanno disegnare
scrivere contare,
li fanno cantare
ballare.
I bambini non hanno nulla.
sono in tanti
fratelli sorelle cugini
vanno a scuola con mezza matita
e neppure un foglio.
I miei pastelli Caran d’Ache da ottanta
ci fanno una brutta figura
qui in mezzo alle mosche ed alla polvere.
Chatwuin ha scritto belle parole
sull’Argentina e la Patagonia.
Anch’io amo questa natura
a perdita d’occhio.
Si, tornerò
perché devo ancora crescere
sono troppo piccola
oggi
per abitare spazi così grandi.
Signore Argentino
aiutami ad allargarmi
a vedere più in là dei miei piedi,
patas gones, piedi grandi
piedi che camminano sulle acque
e non temono il diverso.

La Gina sta cucinando
uno dei suoi fantastici pranzetti
e fra un impasto per i “fidelin”
e un ragù di carne,
aspetta la mia telefonata
perché sa che fra cinque minuti chiamerò.
Franca è ritornata dal Brasile
Roberto è a Mar del Plata
ma piove e fa bufera.
La voce della zia è qui vicino
di là dal mare
vedo gli spazi della sua casa
ed il tempo che scorre
vedo i suoi occhi chiari
sento la sua vicinanza
mentre rincorre Danilo
che sta suonando il clarinetto
ed ha paura di morire
perché molto ha ancora
da inventare e da creare,
è troppo poco è il tempo
per realizzare l’impossibile.
Ecco Adriana che scopa il patio
ed il cielo argentino
le accarezza i capelli.
Parole e Persone…per capire di più…
…spunti per allargare l’orizzonte…
PORTEÑO:
abitante di Buenos Aires perché il primo nucleo della città fu il porto…
CABILDO:
ogni città spagnola e sudamericana ha il suo Cabildo, sede del municipio…
ALFONSINA STORNI:
1892-1938.Insegnante a Rosario…
S’interessò di teatro per l’infanzia e di musica.
Nel 1932 visitò l’Italia.
Nel 1935 si ammalò di cancro al seno.
Muore suicida a Mar del Plata.
Non so se sia tradotta in Italia…
JORGE LUIS BORGES:
1899-1986. Poeta, romanziere, si dedica fin da piccolo alla letteratura. Trascorre molta parte della sua vita in esilio in Svizzera. Torna a Buenos Aires nel 1955, anno in cui gli viene assegnata la direzione dell’immensa biblioteca nazionale di Buenos Aires. In quell’occasione il poeta, che già si avviava alla cecità totale per via di una malattia ereditaria di cui suo padre aveva sofferto, proprio allora ebbe a dire ”ecco, il fatto di avere a disposizione ottocento mila libri e l’oscurità è un segno della splendida ironia di Dio…”
Molti suoi testi li puoi trovare nelle edizioni Einaudi…
Sicuramente da leggere l’ultima sua poesia”Istanti”:
Quella che inizia…“Se potessi vivere di nuovo la mia vita…” e termina “ma vedete, ho ottantacinque anni e so che sto morendo”.
Secondo me in questa composizione c’è tutto il suo pensiero.
Qui mi verrebbe da chiedergli scusa a Luis, per averlo nominato fra le mie “cosucce”, ma se l‘ho fatto è stato soltanto per dire a te che stai leggendo, leggi Borges, è davvero grande.
GARAGE OLIMPO:
film di Marco Bechis, ambientato nell’Argentina fine anni settanta:narra la vicenda di una maestra strappata alla sua esistenza e scaraventata nel baratro di una tortura senza fine. In questi giorni è uscito un altro film di Marco: ”Figli”, sempre sul tema dei desaparecidos.
Devo dirvi che questi film sono molto intensi. Garage Olimpo è stato proiettato in provincia di Bergamo, una sera a Torre Boldone; era presente il regista anche quando me ne sono andata dopo il primo quarto d’ora. Certo Marco si è chiesto perché; anch’io ero lì con Orietta per fargli alcune domande, ma non sono stata in grado di vedere e di capire, forse devo crescere ancora; sono come un bambino, i tuoi film mi sconvolgono e non so più respirare.
Qui mi sento comunque di ringraziarti per il grande impegno a favore della tua Argentina e non solo.
RODRIGO:
cantante molto popolare e molto amato. Deceduto giovanissimo in un incidente stradale sulla strada per Mar del Plata, faceva canzoni molto orecchiabili su musica tipicamente argentina, cumbia ed altro…
SIDERCA-DALMINE:
la famiglia Rocca fonda a Campana la Dal mine argentina, oggi Siderca…
BANDONEON:
tipo di fisarmonica.
A proposito, ci sono due musicisti russi, Olga Arnautov e Juri Arnautov che tengono concerti di tango argentino in tutta Europa, lui suonando la fisarmonica e lei il pianoforte. Le musiche sono di Astor Piazzola.
Dire bravissimi è troppo poco, i loro concerti hanno sempre un grande successo per il grande virtuosismo dei due interpreti. Brani come Mumuki, Escualo, Resurreccion del Angel, ti colpiscono nel profondo perché eseguiti con una passione molto trascinante, non ti stancheresti mai di riascoltarli. Noi abbiamo avuto la fortuna di ascoltarli proprio qui in Valle Brembana per merito di alcune persone che hanno fatto di tutto per portarli qui.
Vincitori di molti premi internazionali, si fanno amare anche per la loro calda presenza fisica: lui è proprio un bel signore russo alla Tolstoj e lei un’affascinante signora che muove le dita sul pianoforte come una farfalla vola leggera da una corolla d’un fiore ad un’altra…
ASTOR PIAZZOLLA:
figlio di immigranti italiani, ha composto più di cinquecento brani per bandoneon e pianoforte, fondendo varie culture musicali, arricchendo il tango con la musica classica ed il Jazz e facendo del tango argentino un fenomeno contemporaneo internazionale…
GUARANÌ:
antica popolazione indios…
COCORITA:
pappagalli
PATADURAS:
uno che non sa ballare è un piedi duri…
BOLEADORAS:
palle legate a delle corde di cuoio usate dal Gaucho come lazo…
LINDA:
bella…
PARRILLA:
griglia…
PAPELITOS:
cartine, pezzetti di fogli…
TOMAR:
bere
TOCAR:
suonare…
FIDELIN:
tagliatelline all’uovo un po’ più grosse dei capelli d’angelo, naturalmente fatte a mano…
BRUCE CHATWIN:
1940-1989. Scrittore, grande viaggiatore. Uomo molto affascinante. Uno dei suoi più famosi romanzi è” In Patagonia” sulle tracce di un mostro preistorico.
Da leggere anche “Le vie dei Canti” e “Sulla collina nera”, ma non solo…
E poi e poi e poi …
tante parole nuove di città e luoghi, da cercare sull’Atlante o su Internet, per espandersi…
per scoprire molto di più…
come in uno splendido viaggio senza fine…
la prossima volta però alla maniera di Chatwin.