CONCORSO DI FIABE NEL BOSCO

L’ideatrice del concorso è Maria Teresa Zuccali, di San Giovanni Bianco, una persona sensibile, amante dei boschi in particolare del Bosco della Brughiera e del Bosco Vecchio, proprietà ereditate dai suoi nonni, materno e paterno ed è dal 2013 che propone questa interessante iniziativa, ogni anno più seguita.

Le fiabe inviate vengono appese agli alberi del bosco ed una pubblica giuria è invitata al percorso di lettura e stilerà i vincitori.

Il concorso è aperto a grandi e piccoli e non è importante vincere, ma partecipare. Nella giornata finale, fate, folletti e gnomi leggono alcune fiabe durante la bella festa in costume alla quale sono invitati scrittrici, scrittori, lettrici, lettori, parenti e amici nonché i numerosi simpatizzanti.

Qui di seguito potete leggere i racconti con i quali ho partecipato negli anni, ma tuti i testi li trovate sul libro che, grazie ai fedeli sponsors, ogni anno viene stampato dall’Editrice Corponove a cura di Maria Teresa, Silvana e Caterina; le belle illustrazioni sono di Laura che ogni volta interpreta in modo splendido le fiabe più significative.

 

 

 

 

 

 


 

2025 Il bosco che suona

Giovanni detto Vanni era un esserino di cinque anni quando la madre gli mise in mano un violino del Settecento, eredità di famiglia. Il bambino ne fu subito entusiasta, strimpellava che era un piacere e la cosa incredibile fu che la madre non si preoccupò per niente che il gioiello si potesse rompere nelle sue minuscole mani, mentre il padre, al contrario, aveva più volte calcolato la somma in denaro che avrebbe ricavato potendo vendere quel gioiello musicale “una villa con piscina, e non solo”, diceva tra sé, altro che farlo rovinare da un bambino! Ovviamente non osava riferirlo alla moglie anche perché i loro rapporti non erano dei migliori, lei lo aveva minacciato più volte di lasciarlo, lui e la sua fissa dei tanti soldi; d’ accordo, erano una coppia di semplici operai, ma se lei riteneva di potersi elevare con la musica seguendo i progressi del loro figliolo, lui si elevava seguendo la squadra di calcio del cuore e, compilare la schedina tutte le settimane, era la sua sviolinata alla dea Fortuna. I due coniugi finirono per divorziare e Vanni, allora di sette anni, rimase con la madre, la quale, già da tempo, lo stava mandando a scuola di musica.

Dobbiamo dire che la mamma di Vanni non ne capiva un gran che di musica, si limitava ad ascoltare la lirica cantata da Lucianone, ma non soltanto Pavarotti, anche Mina, la tigre di Cremona era nelle sue corde; da quando s’erano lasciati col marito, era rassegnata, di uomini non ne avrebbe più voluti, si sarebbe dedicata all’educazione di Vanni, davvero un amore di bambino. Quando Vanni le disse che avrebbe voluto giocare a calcio, lei storse il naso, “aiuto, pensò, qui mi diventa come il padre”, ma da persona intelligente qual era lo assecondò “due giorni, allenamento con i tuoi amici e due giorni, a scuola di violino”. Così gli anni passarono, Vanni giocava come centravanti nella squadra giovanile della città e suonava il violino in una band con due amici violoncellisti, TT, Trio Torrazzo, in onore della famosa torre cremonese.

A Vanni suonare il violino piaceva molto, ma lo interessava anche l’idea di poterne costruire, di violini. Si diceva, nella sua famiglia, che il famoso gioiello fosse arrivato in casa per via di un antenato liutaio che l’aveva rubato nell’officina dove lavorava; avete sentito bene, rubato, sì, rubato, perché, sempre si tramandava la storia che il trisavolo avesse sì orecchio, ma non sapesse suonare, invidiando moltissimo chi lo sapeva fare. Così se lo portò a casa, proponendosi in futuro di metterci mano studiando musica.

La guerra, una delle tante che gli umani continuano ad inventarsi, lo fregò, anzi, lo ammazzò ed il violino passò di generazione in generazione accompagnato dalla vicenda della ruberia.

Vanni cominciò ad andare a bottega nella liuteria; aveva ormai dodici anni, la sua settimana era intensa fra scuola, lezioni di violino, partite di calcio ed ora anche imparare ad usare certi scalpelli perché ci teneva molto a riuscire a costruire, riparare e restaurare i violini; inoltre, essere in grado di saper distinguere i tipi di legno era per lui diventata una sfida, sapeva già che l’abete rosso era il migliore per la realizzazione della tavola armonica. 

Un giorno d’ottobre, gli artigiani della liuteria gli proposero di andare a visitare il Bosco che suona, nella foresta di Paneveggio in Val di Fiemme: da lì arrivava il legno pregiato che lavoravano!

Fu un giorno memorabile, Vanni si portò il famoso strumento e si mise proprio a suonarlo in pieno bosco: il concerto attirò cervi, cerbiatti, vari tipi di uccelli, scoiattoli ed altri animaletti del sottobosco, e pure gli alberi, muovendo le loro fronde, parteciparono ariosamente, mentre certe volpi, sospettose, manifestarono la propria curiosità mettendo il muso appena fuori dalla tana. Poi fu la volta degli gnomi e, meraviglia delle meraviglie, si materializzò anche un’anziana signora che, commossa, diede il via agli applausi finali. Mamma orsa con i suoi cuccioli non si fece viva, che fosse già in letargo? Vanni ritornò a Cremona inebetito e raccontava a tutti dell’avventura che aveva vissuto; oppure l’aveva sognata solo lui dato che gli altri non si accorsero di nulla? Ovvio, il bosco che suona si manifesta con tutti i suoi abitanti, soltanto a degli esseri buoni, sinceri e sensibili come Vanni; gli adulti che lo avevano accompagnato avevano ormai le loro menti piene di cianfrusaglie, altra visione del mondo, non più una tabula rasa pronta a emozionarsi.

Vanni invece si portò a casa il suo cuore che batteva d’emozioni e si applicò ancor più nella sua passione fino al giorno che ascoltò alla radio la tremenda notizia: una terribile tempesta aveva ridotto il Bosco che suona in una catasta di legna ammassata, sradicando i preziosi alberi di abete rosso. Vanni ne fu talmente scosso che gli venne un febbrone da cavallo e per una settimana non poté muoversi dal letto. Intanto pensava sì agli alberi, ma soprattutto agli animali del bosco, agli gnomi, alla vecchia signora ed appena si rimise in piedi chiese alla madre di accompagnarlo a Paneveggio e non dimenticò certo il suo violino. 

Giunti sul posto, lo scenario che si presentò loro davanti fu agghiacciante. L’uragano era passato come una furia nonostante ora brillasse in cielo un sole indifferente che illuminava di luce sinistra centinaia di alberi abbattuti. Vanni si mise a suonare una melodia triste sperando così di richiamare in vita gli abitanti del bosco. Questa volta anche la madre di Vanni assistette alla scena, quindi non aveva sognato, era tutto vero! E sembrava fossero tutti salvi, animali e gnomi e pure la vecchia signora che, appoggiandosi ad un bastone, gli si rivolse con dolcezza: “caro Vanni, sappiamo che oltre ad essere un bravo violinista, diventerai anche un esperto liutaio, per questo abbiamo pensato di donarti tutti questi alberi che la tempesta ha abbattuto; li faremo stagionare per tre anni come vuole la tradizione, poi, con i tuoi amici della liuteria, potrete venire man mano a prendere il legno che vi serve per trasformarli in violini, viole, violoncelli e contrabbassi”. Detto questo, con il suo bastone che si rivelò magico come una bacchetta, perché sì, proprio d’una fata si trattava, fece comparire uomini tiratori di tronchi e camion per il trasporto del legname. 

Un grande maso fu adibito alla stagionatura del legno. 

Gli alberi tempestati erano stati miracolati, cosa che riempì di gioia e speranza Vanni ed i liutai della scuola Antonio Stradivari.

Vanni cresceva, aveva ormai tredici anni e purtroppo la sua mamma volò in cielo in seguito ad una grave malattia, non prima d’averlo rassicurato che gli voleva un gran bene e che le sarebbe rimasta vicino. Vicino? Ma se era volata in cielo! Non in un altro luogo? Vanni era convinto in un altro luogo: il ragazzino non pianse, mise in uno zaino poche cose, nella custodia il caro violino e s’incamminò da solo verso il bosco di Paneveggio. Attraversò strade ed autostrade, colline e montagne ed infine eccolo: l’anziana fata lo attendeva insieme alla sua mamma; tutti gli abitanti del bosco organizzarono grandi festeggiamenti per accogliere madre e figlio nella nuova famiglia.

A Cremona, non si seppe più nulla di loro, ma chi si reca a Paneveggio può, avendo un’anima sensibile, ascoltare evocative sonate per violino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2024 Immaginiamoci la felicità

Il papà era partito l’ottobre scorso; già un anno! Da allora la bambina aveva sempre dormito nel lettone. Quella sera, dopo aver ascoltato la storia che la mamma era solita raccontarle, l’ormai ragazzina che avrebbe compiuto undici anni proprio l’indomani, si girò dall’altra parte e l’abat-jour fu spenta.

D’un tratto, dopo ch’era trascorsa ormai una mezz’oretta, Anna, questo era il suo nome, se ne uscì nel buio chiedendo:

- Mamma, le Fate esistono?

- Cos’è questa domanda a bruciapelo? Pensavo fossi già addormentata – si meravigliò la mamma, pure lei ancora sveglia.

- Rispondimi dai, le Fate esistono?

- Certamente! Anche se io non ne ho mai incontrata una in carne ed ossa, mi confermano la loro esistenza i molti racconti nei quali sono protagoniste fin dai tempi antichi, dai miti greci alle leggende dei popoli del nord; le ho viste poi in quegli affascinanti dipinti inglesi dell’età vittoriana, donne meravigliose dalla folta rossa chioma e dagli occhi verdi, spiriti alati provenienti da un altro mondo, ma che qualcuno ha probabilmente incontrato nel corso della propria vita. Io ci spero ancora anche se so che le Fate fanno parte del Popolo Nascosto degli Gnomi e degli Elfi.

Anna riaccese la lampada e si voltò verso la madre - anch’ io credo esistano e che si facciano vedere solo in casi eccezionali; ti ho fatto la domanda perché m’invento sempre dei desideri che vorrei fossero esauditi all’istante con una bacchetta magica, ma forse pretendo troppo, no, non sono soltanto fantasie per far sognare i bambini, le Fate esistono per dare speranza ai nostri desideri. Anch’io vorrei incontrarne una; quando vado a scout nei boschi ci penso, magari, ecco, da dietro quel vecchio faggio mi apparirà una Fata vestita con un lungo abito di raso bordato di pizzo, con il cappello a cono calcato sopra i capelli cresciuti fino in fondo alla schiena e con in mano la famosa bacchetta ...  quanto avrei da chiederle, un desiderio in particolare avrei.

La mamma riprese:

-quando avevo la tua età mi piaceva la Fata di Cenerentola, ero sicura che un giorno o l’altro l’avrei conosciuta e mi avrebbe fatto salire sulla sua carrozza, non per andare ad un ballo, le feste non mi hanno mai interessato, tanto meno i Principi Azzurri, una carrozza per viaggiare intorno al mondo, scoprire nuovi paesi e genti; l’ho invocata tante volte la fata Smemorina, ma di me si sarà dimenticata. La Fata Turchina di Pinocchio invece, mi delude ogni volta, di tutti i personaggi della storia è quella che mi piace meno. Quanto alla Bella Addormentata, oggi mi dico, ecco la Fata che darà una sveglia a tutte le donne, non fatevi mettere i piedi in testa che non siete da meno dei maschi... no, no, sto facendo confusione, erano tre le Fate ed ognuna portava un dono, è il principe che sveglia la ragazza...va be... pazienza...non ricordo bene.

Anna non ascoltava più, pensava ad altro mentre fissava il soffitto della stanza; quindi prese nelle sue mani una mano della mamma e domandò:

-Mamma, il papà tornerà? Lo penso sempre.

-Non stavamo parlando di Fate? Sei già tornata nel mondo dei terrestri... il papà ritornerà presto, vedrai, ma chi avrebbe mai pensato che sarebbe stato richiamato in servizio per fare il soldato in una vera guerra. Non ci rendiamo conto quando guardiamo il telegiornale, ci sembrano eventi lontani, che non ci potranno mai coinvolgere. Invece.

Anna si mise improvvisamente in ginocchio sul letto e sbottò quasi gridando:

-Fata, Fata della Pace, con la tua bacchetta magica fai sparire tutte le armi e le bombe ed i missili e tutte le guerre brutte e malvage. Fai ritornare sani e salvi tutti i papà.

-Figlia mia, gli esseri umani hanno un bisogno estremo di fantasticare, allevia la loro sofferenza nel vivere, li rende contenti; hai ragione quando dici che le Fate portano la fiducia e la distribuiscono agli umani, mi piace questa tua idea. Ma per la pace nel mondo penso che le Fate buone alle quali noi pensiamo, siano inutili, in questo caso sono i potenti della terra che fanno il bello ed il cattivo tempo. Però sì, noi pensiamo ad una Fata tutta vestita di azzurro, il colore del cielo e del mare, immaginiamola volare e dispensare buone stelline di magia là dove servono.

Il cellulare sul comodino stava squillando:

-Una video chiamata di papà!

-Ciao papà, come stai?

- Ciao tesori miei, ora sono alla Base Militare, oggi è stata una dura giornata, ma ora sono felice perché vi vedo e posso parlarvi”

-Stavamo parlando di Fate- disse Anna.

-Allora stavate parlando di voi, dolce bambina, - disse il papà - sai bene che quando sei nata mi sei apparsa come una Fata che veniva ad illuminare le nostre vite. Tu per me lo sei, magica, e la tua mamma prima di tutto perché ti ha portato al mondo. Ora qui vedo molti bambini soli e abbandonati a sé stessi, ma l’altro giorno un’immagine mi ha dato speranza, ho proprio visto in strada due bambine inventarsi una storia dove due Fate con un colpo di bacchetta facevano ricomparire la loro casa distrutta da un bombardamento; s’erano vestite con delle lenzuola ed in testa portavano un cappello di cartone a cono mentre agitavano un mezzo manico di scopa come fosse una bacchetta magica “macerie di qui, macerie di là, ma la nostra casa, intatta, ricomparirà”. Potrei chiedere loro se mi fanno la magia di tele trasportarmi lì con voi, almeno domani per festeggiare il tuo compleanno.

Emozionata, Anna riprese:

-Sarebbe fantastico papà, è il desiderio al quale penso giorno e notte. Dobbiamo crederci nelle Fate, hanno poteri incredibili, l’ho letto anche nei libri, le Fate tessono il filo della vita e se si arrabbiano per il comportamento sbagliato dell’umanità, sono capaci di aggrovigliare il filo diventando streghe creando così casini pazzeschi, ma sanno anche allungarlo e tesserlo il filo se gli umani si comportano bene. Le Fate, se vogliono, possono aggiustare il mondo.

-Che bei pensieri – disse il papà - penso che nonostante tutto trascorrerò una notte serena; donne mie, vi richiamo domani sera, preparate la torta e vi farò sapere se sono riuscito a ritrovare le Fatine che giocavano nella polvere. Vi abbraccio e sognate, sognate e fantasticate, c’è bisogno di un altro mondo, immaginiamoci intensamente la felicità.

-Ciao papà, le tue Fate ti aspettano - concluse Anna - ti strabacio e ti abbraccio.  Ti saluta anche la mamma, sai come fa...è andata in bagno...a piangere...a domani, papà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2023 Chéri (Scerì)

Il Presepe a sbalzo sul balcone realizzato da nonna è davvero bello e lo si può ammirare dalla grande finestra della cucina. Anche a Scerì (Chèri, in francese, ma d’ora in poi lo scriverò come si legge) dicevo, anche a Scerì piace moltissimo, le lucine lo attirano e, durante le feste, la sua posizione preferita sarà fra i pastori e le pecorelle, sotto la grande cometa, di fronte alla capanna di legno che fu intagliata in un tronco da un amico di nonna. E sarà un super guardiano di statuine, attento a che i Re Magi non arrivino prima del previsto...

Scusate, ho dimenticato di dire che Scerì è il gatto di casa dei nonni, un tigrato di razza europea dal muso delicato e dall’espressione timida e riservata, sempre sul chi va là.

Nonna dice che Scerì ha avuto un trauma infantile, meglio dire gattile; abbandonato a sé stesso, si era rifugiato, aveva forse qualche mese, sul motore spento dell’auto di mio papà; il freddo pungente dell’inverno l’aveva spinto a trovare un posto al calduccio e quando papà sta per accendere di nuovo l’auto per andare al lavoro, sente un miagolio insistente e trova il micetto terrorizzato, lo prende in braccio per consolarlo, quindi lo porta in casa. Noi, io e mio fratello che ci siamo appena alzati, gli facciamo subito posto sul divano preparandogli anche una ciotolina con il latte tiepido; lui continua a tremare ed a sussultare e non vuole mangiare.

Vediamo la nostra mamma con le mani sui fianchi, piantata fra la porta della cucina ed il salotto: “ebbene? Cos’è questa novità?  Abbiamo già due cani in questo appartamento, anche un gatto ora?”.

Papà se la fila, è in ritardo, lo attendono al lavoro.

“Rifocilliamo questo animaletto e poi gli troviamo un’altra casa” aggiunge la mamma sorridendo mentre le scappa una carezza sulla testolina del nuovo intruso.

I cani di casa, due meticci di taglia media, assistono alla scena, pare la ricostruzione di una natività, io e mio fratello siamo Maria e Giuseppe, Sally e Freccia sono il bue e l’asino, Scerì è il bambinello e la mamma l’angelo custode perché lei ci protegge sempre ed ogni cosa che decide è per il nostro bene.

Così cominciò l’avventura del micio tigrato dagli occhi giallo verdi.

Per almeno una settimana il gatto rimase da noi, miagolava in continuazione, era sempre spaventato, ma almeno leccava il latte dalla sua ciotola.

Poi decidemmo, a malincuore, di donarlo ai nonni i quali avevano già fatto un tentativo di avere un gatto, miseramente fallito in quanto l’animale era affetto da non so quale malattia gattesca e in pochi giorni entrò nel Paradiso dei gatti che sta a fianco del Paradiso degli umani.

I nonni cominciarono a dire che non avevano più l’attrezzatura, lettiera ecc., ma noi, pronti, avevamo portato tutto, anche crocchette e ciotola, compreso il nome con il quale l’avrebbero chiamato: nostra mamma aveva deciso per Moncherì come il cioccolatino, abbreviato in Chéri. Nostra mamma ha sempre delle belle trovate! Anche a noi piacque molto il nome da lei scelto.

I nonni erano in partenza per un paio di giorni in montagna e quindi pensarono di condurlo con loro, ma in prova, neh!!!!

Il micetto, nel viaggio in auto, sembrò impazzire, ecco perché nonna si convinse del trauma infantile/gattile, probabilmente il gattino aveva viaggiato sul motore acceso nel breve tragitto che il papà fa dal lavoro a casa, altro che motore spento!

Nonna ebbe espressioni tipo che carino, com’è affettuoso, davvero sensibile, insomma, cominciava a capitolare; il nonno anche, raccontava storie di gatti di quando era bambino. Era buon segno. Lo avrebbero tenuto.

Ritornarono a casa e cominciarono la loro vita a tre, era molto tempo che stavano solo tu ed io, io e tu perché i figli erano tutti accasati e noi nipoti, io e mio fratello, andavamo a dormire da loro soltanto di venerdì.

La lettiera di Scerì, in primavera, da dentro casa fu sistemata sul balcone, dopo che il nonno ebbe realizzato uno sportello nella porta di modo che Scerì potesse andare e venire quando voleva. La cosa bella è che intorno alla casa dei nonni ci sono i tetti, una passeggiata ideale per il micio. Scerì si abituò presto alla sua nuova vita, benvoluto, stava però sempre sull’attenti ed ancora oggi che ormai ha quattro anni, si spaventa con niente, tipo, un rumore, la voce troppo alta o lo sbattere di una porta.

Nonna parla a Scerì come fosse un umano, cose da grandi gli racconta, pensieri, avvenimenti ed è convinta che il gatto vorrebbe risponderle, ma che gli manca la parola. Soltanto la parola!

“Beato te, vita da gatto, gli umani, sapessi, quanto sono strani!”

Oppure gli racconta dei cambiamenti climatici, ma dai, nonna, cosa vuoi che capisca Scerì!

Gli dice che diventerebbe matta se animali belli come lui si estinguessero.

“Nonna - le diciamo - al limite si estingueranno i ghepardi o i leopardi, ma un comune felino come il gatto, sempre ci sarà.” E lei: “comune, il mio Scerì?! Vorrete dire unico!”

Scerì guarda con i nonni il telegiornale su Arté in francese (la nonna dice che sono giornalisti asciutti e riferiscono le notizie che servono, senza fronzoli, pubblicità e veline); se nonna scrive, Scerì le sta accanto per non farle perdere l’ispirazione e se il nonno si addormenta sulla poltrona, Scerì gli si mette sulle gambe.

Quando decidono di andare a dormire, Scerì si fa un giretto sui tetti poi li raggiunge nella cestina in fondo al letto preparata dal nonno che, veramente, sembra anche lui un poco rin...gattito.

Nonna è molto attenta alla dieta di Scerì, trota, salmone, manzo, crocchette, scatolette di mousse o tortini. Nostra zia Marta che è veterinaria e vive in Senegal dice che è un gatto troppo viziato, ai suoi gatti, lei, da quello che passa il convento e preferisce nutrire bene i bambini che vanno a trovarli, i gatti, si devono accontentare.

“Che ragionamento - dice la nonna - non è la stessa cosa, certo che vorrei anch’io essere una nonna per questi bambini e nutrirli come si deve”. Così la nonna si incupisce, lei che avrebbe voluto essere Medico senza Frontiere.

Un giorno sento nonna che spiega a Scerì che il Comune ha deciso di abbattere il muro di fronte a casa con le piante rampicanti annesse, per farne parcheggi in un’area che, pare, sarà commerciale. Nonna si arrabbia sempre per niente nel senso che di fronte a certe situazioni vorrebbe intervenire, ma sa bene d’essere impotente ...così va il mondo!

“Per far posto ai motori, quelli che a me non piacciono, tagliano gli alberi dove a me piace arrampicare!” sembra confermare Scerì!

Nonna dice che è dura la vita del poeta e nonno le risponde di non ripetere sempre la solita solfa; per questo lei parla con il gatto, così può ripetere all’infinito quello che pensa.

Quando c’è stato il Covid i nonni avevano paura che il gatto fosse un veicolo per il virus, ma poi si sono informati e non c’entrava nulla, né gatti né cani, per fortuna, così hanno trascorso il lockdown loro tre insieme e si sono fatti compagnia.

Avere un gatto è bellissimo ed i nostri genitori ne hanno adottato uno anche per noi, l’abbiamo chiamato Cora, ha la coda come uno scoiattolo ed il muso selvatico e non si spaventa con niente.

La nostra famiglia è sempre più felice ed i nostri animali partecipano della nostra gioia di vivere insieme.

Ciao Cora, ciao Scerì, vi vogliamo bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2022 Aamaal bambina coraggiosa

Aamaal quand’era una bambina di dieci anni, nel 2013, abitava con la sua famiglia ad Aleppo, città del nord della Siria. Il padre di Aamaal era titolare d’una fabbrica che esportava in tutto il mondo il famoso sapone d’Aleppo, quello a base d’olio d’oliva ed alloro le cui testimonianze archeologiche risalgono a 2500 anni A.C, a Babilonia; egli portava avanti con orgoglio la tradizione tramandata di padre in figlio. Purtroppo, dato che i bombardamenti sulla città, in seguito alla guerra civile, si erano fatti molto intensi, fu costretto a chiudere la sua azienda ed a scappare in Turchia insieme alla sua famiglia, previo pagamento di una discreta somma di denaro a certi trafficanti che s’occupavano di far oltrepassare il confine ai molti che scappavano dall’orrendo conflitto.  Insieme alla moglie, ad Aamaal ed all’altro figlioletto, dopo qualche vicissitudine, finalmente furono al sicuro proprio pochi mesi prima che la Turchia costruisse anch’essa un muro anti rifugiati.

Che dispiacere per la famiglia siriana, lasciare il bell’appartamento che abitava proprio nel centro storico, nella bella piazza Saadallah- el-Jadiri! Soltanto una settimana dopo la loro fuga videro le immagini inviate loro sul cellulare da chi era rimasto in città, case, condomini e grattacieli completamente distrutti, macerie su macerie, morte e desolazione. La bella e storica città di Aleppo, patrimonio Unesco era diventata la Stalingrado della Siria.

Trasferiti momentaneamente nel campo profughi di Instambul, qualche tempo dopo trovarono un precario alloggio alla periferia della grande metropoli; qui, il padre di Aamaal, non volendo arruolarsi nell’esercito mercenario turco come molti suoi connazionali, si trovò da fare dei lavoretti saltuari mentre la madre si occupava del piccolo e dell’educazione scolastica di Aamaal.  La bambina era brillante, aveva molte aspirazioni ed infondeva speranza a chi la incontrava proprio come significava il nome stesso di Aamaal; i genitori avrebbero voluto mandarla a scuola, ma la condizione di rifugiati impediva loro una vera integrazione nella società turca. Aamaal nonostante tutto, si applicava molto, sapeva leggere e scrivere oltre che in arabo anche in inglese perché la madre, insegnante di lettere, aveva studiato in un’università internazionale a Damasco. La vediamo, Aamaal, in una fotografia di allora, l’espressione dolce degli occhi scuri, il bel viso tondo incorniciato dall’hijab rosa, il foulard caratteristico delle donne musulmane. Aamaal aveva anche dimostrato, fin da piccola, una predisposizione per il disegno, stupiva i genitori con le sue immagini a matita che poi colorava con i pastelli, il suo tesoro, li temperava appena, aveva un tratto sottile per non consumarli.

I genitori di Aamaal erano comunque sempre preoccupati per il proprio futuro; in Siria non sarebbero tornati e, dopo molti ripensamenti, presero la decisione di trasferirsi in Europa, magari in Italia. Fortunatamente la famiglia aveva ancora del denaro prelevato prima della fuga da Aleppo ed era risaputo che per espatriare come clandestini ne sarebbe servito assai da consegnare ai trafficanti di esseri umani.

La piccola Aamaai sentì il piano progettato dal suo papà e cioè contattare certi marinai di barconi per oltrepassare il mare fino all’isola greca di Lesbo e da qui cercare di arrivare nella penisola ritenuta da tutti molto ospitale. La bambina aveva preso a disegnare l’immenso mare, le navi, ma soprattutto enormi pesci; quel giorno aveva appena terminato di colorare una balena che a mala pena c’era stata nel foglio ed ebbe la netta percezione di un richiamo proveniente dal blu che aveva dipinto intorno al grosso cetaceo; rimase interdetta a sentire che proprio da lì usciva una voce che le diceva. “Aamaal, non avere timore, io sono la balena parlante e voglio aiutarti”. Aamaal, pur molto perplessa, era tutta orecchi, non avrebbe saputo dire perché, ma quel grosso animale le infondeva fiducia e coraggio: “Ho ascoltato i tuoi genitori - proseguì la balena - conosco la vostra vicenda. So che una delle prossime notti sarete condotti su un barcone, durante la traversata io vi seguirò e ad un certo punto vi...inghiottirò.”

Aamaal, terrorizzata, ebbe solo un filo di voce per dire sì, mentre la balena continuò: “carissima, capisco, tu non mi conosci, ma io sono la balena che ha salvato Pinocchio e suo nonno Geppetto” e si mise a raccontare la storia di Collodi che tutti i bambini italiani conoscono, ma che è ancora sconosciuta a molti altri bambini del mondo. “Mi raccomando - aggiunse la balena - quando sarete in vista della costa vi tufferete in acqua, dì a tuo padre di premunirsi di salvagente per tutta la famiglia, a quel punto tu griderai questa frase: burattino Pinocchio, tu diventerai un bambino!

Ed io sarò là.”

La bambina si sentì pronta e piena di coraggio, contenta di poter contribuire al progetto del suo papà. Come previsto, dopo circa una settimana, in una notte senza luna, la famiglia venne condotta su un vecchio barcone già occupato da una trentina di altre persone. Quando già in lontananza si scorgeva la terra d’approdo, i fari della guardia costiera greca li sorpresero ed una voce minacciò l’altolà, mentre subito si sentirono raffiche di mitra una dietro l’altra. Si creò il panico, molte persone si buttarono in mare e così la famigliola di Aamaal. “Stiamo vicini - gridò la bambina - una balena ci salverà.” “Burattino Pinocchio, tu diventerai un bambino” fu il messaggio che uscì dalla sua bocca di bimba ed il grosso cetaceo apparve e, spalancando i grossi fanoni, inghiottì in una sola boccata l’intera famiglia frastornata.

Come sappiamo da precedenti storie, l’antro della balena è molto accogliente, i genitori, superato il primo spavento, si fecero raccontare tutto da Aamaal. Ed ora dove ci porterà?  Acceso un piccolo focherello, la famiglia, come in trans, si addormentò, tranne Aamaal che si mise al piccolo tavolo di legno e tracciò il disegno del luogo dove sarebbero voluti andare: una strada tortuosa che sale attraverso una montagna, delle gallerie ed infine un bosco nel quale sono sistemate anche delle sculture in legno e dei dipinti. La mano di Aamaal pareva condotta da qualcuno, il disegno si componeva man mano, sempre più ricco di particolari. La bambina intitolò il disegno il bosco delle fate e la balena capì. Il cetaceo contattò dunque certi gabbiani che da poco, per via dei cambiamenti climatici, avevano preso a risalire i fiumi di montagna. Con nella pancia la sempre più stupita famigliola, la balena nuotò e nuotò, superò l’sola di Lampedusa e Sicilia, costeggiò la Sardegna e la Corsica, risalendo il mar Tirreno fino alla Baia del Silenzio, uno dei luoghi più incantevoli della Liguria; la balena era infatti abituata a questo mare essendole capitato più volte di nuotare nelle sue acque. Il cetaceo affidò la famigliola agli amici gabbiani già pronti con le ali spiegate e s’ inabissò, emettendo alti spruzzi di saluto.

In una serena notte di primavera la bella famigliola di Aleppo, sopra quegli speciali aerei piumati, planò in una ridente valle e da lì atterrò in un bosco incantato. Il papà si disse che era un magnifico luogo per abitarci e certi personaggi di legno scolpiti applaudirono confermando.

Per farla breve, “tutto è bene quel che finisce bene” e se lo ha detto Shakespeare che fu un narratore magnifico di storie, lo posso ripetere anch’io: la famiglia apprese l’italiano in un batter... d’ali e di...spruzzo di balena, s’installò nel paese vicino dove entrambi i genitori, dopo essersi a fatica, con molta intelligenza, guadagnati la fiducia degli abitanti, ebbero il loro permesso di soggiorno e trovarono lavoro nei dintorni, il padre come operaio in una fabbrica e la madre come interprete. Aamaal proseguì i suoi studi di disegno ed ora eccola diventata una promettente disegnatrice di fumetti, una delle sue storie è appunto intitolata Aamaal bambina coraggiosa.      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2021 Viola

C’era una volta un castello situato un po’ distante da un tipico paese di montagna delle Alpi italiane.

Vi abitavano una signora abbastanza su d’ età e la sua nipotina di circa nove anni.

Il nonno, cioè il marito della signora, era mancato tempo addietro ed i genitori della bambina si erano separati appena dopo la nascita della figlia ed ora vivevano non saprei dire dove; si limitavano ogni tanto ad una telefonata e di venirle a visitarle non trovavano mai il tempo. Non che a nonna e nipote la cosa dispiacesse poi tanto, erano abituate a vivere in simbiosi, loro due. Al castello vivevano anche un maggiordomo ed un’altra cameriera che si alternavano nelle faccende domestiche, cioè, cartellistiche, perché tante erano le stanze da tenere in ordine e non vi dico quante finestre con vetri da far risplendere e poi c’era il giardino da seguire e la dispensa da rifornire nella quale non doveva mancare mai nulla, neppure per cucinare piatti particolari come la paella o il cuscus o il sushi. Per quanto riguardava appunto la grande cucina con il pavimento di cotto fiorentino e gli affreschi sul soffitto, se ne occupavano direttamente nonna e nipote, infatti amavano cucinare ed anche tenere in ordine tutti gli attrezzi necessari: che belle tutte quelle pentole di rame appese alla parete sopra il lavello ed il vaso di porcellana con i cucchiai di legno di tutte le misure ed i colini, i coltelli, i taglieri, gli stampi di ogni genere per torte biscotti ciambelle budini, le caffettiere in fila, la collezione di tazzine da caffè ed i bicchieri adatti ad ogni tipo di vino.

La signora, che in paese chiamavano la contessa, era un’appassionata d’arte; nel castello era riuscita a collezionare molti dipinti di artisti che le piacevano, ma la cosa interessante è che si era fissata con i falsi d’autore e ne possedeva davvero molti; non potendo certo permettersi di avere l’originale di un van Gogh o di un Renoir o di altri famosi pittori, aveva copie di dipinti dai musei di tutto il mondo che stavano appesi qua e là in tutte le stanze.

La nipotina naturalmente, ah ho dimenticato di dire che la bambina era down, ma questo non è importante, cioè è importante se pensiamo che la nonna s’era presa cura di lei fin dalla nascita ed a cinque anni la piccola sapeva già leggere e scrivere; mi state chiedendo come mai non l’avessero mandata a scuola, sarebbe stato necessario, per socializzare, ribadite. Certamente, la nonna si era interessata, ma vuoi che il castello fosse troppo distante dal paese, vuoi che la maestra di sostegno non l’avessero trovata per un solo alunno, vuoi che la struttura scolastica non fosse adatta, vuoi che un sacco di scuse una dietro l’altra, la nonna si era ben stancata di mendicare istruzione per la sua nipotina.

La bambina, naturalmente, era cresciuta con la passione per la pittura ed aveva sviluppato una facoltà sorprendente che continua a sorprendere anche me che sto raccontando la loro incredibile storia, lei era in grado di far uscire dal dipinto i personaggi che desiderava i quali apparivano in carne ed ossa lì con lei. Non saprei dire se si trattasse di scienza della coscienza, di una sorta di ipnosi, di fisica quantistica, di… non so, non so, non me lo so spiegare. Sta di fatto che la piccola, ed ora vi svelo il suo nome, Viola, si chiamava Viola, ci riusciva tutte le volte solo concentrandosi sul viso del personaggio rappresentato che voleva avere accanto per giocarci. Perché, a proposito di socializzare, Viola aveva in questo modo, moltissimi amici che, ad un suo sguardo, si materializzavano per trascorrere un po’ di tempo con lei e nonna. Soprattutto desiderava invitare bambini e bambine perché giocare era un’attività che le piaceva molto; così fece quella volta con la Bambina con innaffiatoio di Renoir, diventarono subito amiche per la pelle, la invitava almeno una volta la settimana e come si divertirono quel giorno d’estate quando la Bambina poté usare il suo innaffiatoio per innaffiare i fiori del bel giardino che circondava il castello.

Difficile crederci, ma io ho assistito all’emozionante evento, vorrei avere anch’io questo potere, ma si sa, i bambini down sviluppano delle qualità che noi manco ci sogniamo: il dipinto di Renoir rimase sprovvisto della figura che si trasformò in un essere umano, rimase solo il giardino, il sentiero ed appunto uno spazio vuoto.

Una volta toccò a Paulo, il figlio del pittore Pablo Picasso, quello vestito da arlecchino: il bambino fece una capriola per uscire dal dipinto e non avrebbe più voluto ritornare a sedersi immobile su quella pur bella poltroncina; quel giorno giocarono al carnevale, Viola si vestì da Colombina e la nonna volle partecipare, trasformandosi in un Pantalone brontolone. Per la verità, spesso la nonna s’intrometteva, anche perché a volte era lei a richiedere di voler scambiare due chiacchiere con La Merlettaia di Vermeer o con una ballerina di Degas.

E che ridere in quei giorni del Bacchino malato di Caravaggio! Aveva davvero un brutto aspetto il fanciullo, ma dopo due settimane al castello in compagnia di Viola, si rimise talmente in forze che tornando nel dipinto gli fu ridato il nome di Bacchino guarito.

Che giornate memorabili trascorrevano nonna e nipote!

Un giorno Viola si fissò che avrebbe voluto giocare con Margherita. E chi era mai questa Margherita? Ma la figlia dei reali di Spagna era, rappresentata in un grande dipinto da Diego Velasquez nel 1656 e conservato al museo del Prado di Madrid. Il falso che la nonna aveva nel suo castello era una bella copia, davvero ottimamente realizzata nei minimi particolari. Margherita è la principessa dai capelli d’oro all’età di cinque anni, vestita con uno splendido abito bianco avorio di raso che vediamo in centro, circondata dalle sue damigelle. Il dipinto in italiano si chiama appunto le Damigelle d’onore. Viola aveva deciso che quel pomeriggio avrebbe fatto merenda con Margherita, aveva sempre desiderato avere una sorellina. Che bello, eccola la piccola Margy che si guarda intorno stupita. Le piace il posto, è abituata ai castelli; però vuole togliersi l’abito, non vuole sporcarlo, vuole vestirsi come Viola, con jeans e maglietta e non rinuncia a quelle meravigliose Sneakers che si illuminano quando cammini.

Viola e Margherita trascorrono il tempo a giocare con il Dido e poi con i Duplo e poi leggono una fiaba e poi guardano i cartoni alla TV e poi giocano con il Tablet. Non importa se Margherita parla spagnolo, si intendono benissimo e poi non volete che la nonna di Viola non le abbia dato qualche infarinatura di inglese, spagnolo, tedesco …

Non sto a dirvi che fascino ebbe questa giornata per Margy, tanto che fece promettere a Viola che l’avrebbe invitata ancora molte altre volte e prima di rivestirsi, cioè, di… imbustarsi… per tornare nel dipinto, ogni volta, baciava le scarpe con i led che facevano luce ai suoi passi e che doveva abbandonare per rindossare calzature regali.

Ecco. Questa è la storia. Non potrete dire che Viola non venne stimolata nel suo sviluppo e nella sua crescita!

La nonna era convinta che Viola sarebbe diventata una ragazza indipendente e che avrebbe trovato un posto di lavoro in un qualche museo del mondo, magari a Washington dove appunto era custodito il dipinto della bambina di Renoir. 

Viola andava ormai per i dieci anni, la sua vita era animata da molte persone che le volevano bene.

Quando quel giorno le telefonarono i suoi genitori, fecero stranamente insieme una video chiamata, le chiesero come stesse e se non si sentisse sola nel grande castello.

“Io sola? Forse un po’ triste, qualche volta, perché mi mancate, ma sola mai e poi mai, innanzitutto ho nonna e poi, per esempio oggi, ci sono qui le tre ragazze del dipinto di Munch, Ragazze sul ponte…ne hanno di cose da raccontarmi, anche loro sembrano avere qualche tristezza per la testa, ma non è importante, noi ci scambiamo le emozioni ed alla fine siamo felici.”

“Ciao mamma, ciao papà, vi saluta anche nonna che è nel salone a giocare a carte con i due giocatori di Cézanne…”

“Cosa? Come dici?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2020 Per sempre

La bambina era felice quando poteva andare a passeggiare con il suo papà, una volta lungo il fiume o sulla pista ciclabile, un’altra volta in montagna e qualche volta nel bosco. 

Il padre della bambina era un pittore, amava le uscite a contatto con la natura da cui traeva sempre ispirazione. Quel giorno, era un sabato d’ottobre inoltrato, il papà decise di insegnare alla bambina a dipingere en plein air, all’aria aperta. “Cara - le disse “domani andremo a caccia, ci alzeremo presto”. “A caccia?” si meravigliò la piccola che proprio la settimana prima aveva compiuto dieci anni “sì, a caccia… di colori! Le nostre armi saranno un paio di cavalletti, la mia cassetta di colori, una tela per me, una per te, senza dimenticare la scatola dei pennelli”.

La bimba sorrise, già non vedeva l’ora d’andare a dormire e che venisse presto il mattino per potere “cacciare” insieme al suo papà.

“Faremo una bella camminata in montagna” aggiunse il papà “sai quel bel sentiero che abbiamo percorso l’estate scorsa insieme alla mamma; quindi prepara i tuoi scarponcini ed i vestiti come per scalare un’alta montagna” e nel dirle così le diede un bel buffetto sulla guancia. La bambina gli saltò al collo abbracciandolo e riempiendolo di baci. Si strinsero forte l’un l’altro come a tenersi stretti,  per sempre.

“Notte, papà”, “notte bambina mia”. La bambina salì saltellando le scale per andare nella sua cameretta al primo piano.

Il papà la sentì accostare la porta. “Per essere così piccola mi sembra così grande. Va a letto da sola senza fiatare, prepara le sue cose, mette addirittura la sveglia…”

Finalmente domenica! Giornata luminosa, il buongiorno si vede dal mattino e quel dì aveva l’aria d’essere speciale, nonostante fosse ancora un po’ buio quando “i pittori” si alzarono.

La bambina era abituata alle passeggiate fra gli alberi, calpestando la terra, i muschi, i rami, le foglie.

Aveva frequentato una scuola materna dove gli insegnanti, strano, ma vero, non erano delle signore, ma due giovanotti appassionati di scuola e di educazione, due maestri maschi. Fantastico, avevano notato i genitori della bambina, infatti pensavano che fosse una vera innovazione avere come insegnanti alla scuola materna due maschi; i piccoli alunni imparavano sul territorio, spesso facendo delle passeggiate nei dintorni, alcune persino con pernottamento in tenda. Per la bambina quindi, andare con il proprio papà a dipingere in plein air era una bella esperienza che si aggiungeva alle altre già collezionate e che continuava a fare nella scuola che frequentava perché anche la scuola primaria era parte dello stesso Istituto Comprensivo all’avanguardia.

Padre e figlia partirono con due bei cavalletti da campagna in legno, pieghevoli, come due veri pittori impressionisti d’inizio novecento. Il viaggio in auto non fu per niente lungo, venti minuti per arrivare al parcheggio, là, sotto la grande montagna. Da lì avrebbero preso la mulattiera che portava alla radura dove si sarebbero messi a ricreare con i colori quello che vedevano davanti ai loro occhi. Il papà portava lo zaino con pane e companatico mentre a tracolla aveva la borsa dei colori e dei pennelli; il cavalletto lo teneva sottobraccio. La bimba aveva insistito per portare il suo di cavalletto e le due borracce d’acqua.

Camminarono spediti per una mezzoretta. Il tragitto era in salita, ma non poi così tanto; camminando, chiacchierarono di giochi e di pittura e chissà se Nerone, il gatto di casa, proverà nostalgia nel non vederli per tutto il giorno.

Il sentiero ad un certo punto finì aprendosi, fra due muretti a secco, in una bella radura.

“Eccoci, che te ne pare?” chiese il pittore-papà. “Molto bello” rispose la pittrice-bambina.

In effetti il paesaggio appariva così: un grande prato con l’erba ormai ingiallita e qua e là di colore marroncino variamente sfumato; di fronte, ad una distanza di più o meno cinquanta metri, un insieme di pini silvestri, abeti rossi, faggi e larici dai colori che spaziavano dal verde scuro, al marrone, al senape, al giallo, all’arancione e, meraviglia, anche al rosso!

Al di sopra degli alberi spuntavano le cime di due alte montagne già un po' innevate e sopra tutto un cielo che ormai si era aperto ad un azzurro intenso anche se proprio sulla sinistra s’affacciavano due nuvolette furbette che sembravano essere lì apposta per sbirciare la scena.

“Ci mettiamo proprio qui così abbiamo una visione d’insieme del nostro paesaggio”.

Il bel muretto di sassi a vista dove erano arrivati, qui più alto, là più basso permise loro di utilizzarlo come sgabello. Quindi aprirono i cavalletti, il papà mostrò alla bimba come sistemarlo e la tela fu fissata orientandola verso …l’eternità di quel paesaggio mozzafiato.

Che meraviglia, che bello, che fantastica idea!  Non penserete che la tela della bimba avesse delle misure più piccole di quella del papà. No, no, entrambe 60 x 50, avrebbero lavorato sull’orizzontale ed in effetti il paesaggio ci stava a pennello dentro quelle misure. Essendo le tele già con l’imprimitura di base, si trattava prima di realizzare un disegno schizzato con la fusaggine per tratteggiare i piani, cielo, montagne, l’orizzonte insomma. “Vai” disse il papà” comincia come sei capace poi do un occhio io.”

Così cominciò la lezione en plain air: la bambina sembrava una fanciulla uscita da un dipinto di Renoir, bella e sorridente nei suoi abiti colorati. Immaginiamo Auguste nel papà mentre insegna a dipingere alla figlia Lucienne.

Erano circa le dieci di quella mattina splendida. Si trattava di abbozzare il dipinto sfruttando le ore di luce mattutine. La bambina era stata davvero brava, aveva schizzato il dipinto davvero con ingegno.

Ora si trattava di preparare la tavolozza. Il papà disse alla bambina di osservare bene i colori, alberi, montagne, cielo. “Spremi dal tubetto un po’ di colore sulla tavolozza di legno, di qui i colori più caldi, di là i freddi, questa è l’essenza di trementina, questo l’olio di lino. Tieniti a portata di mano uno straccetto. All’inizio stendi il colore più diluito e riempi la tela. Poi si tratterà di fare i particolari…”. La vera caccia era cominciata, la tela cominciava man mano a prendere la forma del paesaggio. “Ecco, qui aggiungi dell’ocra gialla e qui del giallo di Napoli scuro…”

Verso mezzogiorno pensarono di fare una pausa per mangiarsi i panini che si erano preparati, ma non vedevano l’ora di riprendere il lavoro. Presto si rimisero d’impegno al cavalletto.

La bambina era entusiasta, maneggiava il pennello con destrezza. Ad un tratto disse:

“ecco papà, io ho terminato”. Il papà osservò il dipinto della sua figliola. Senza dubbio la bambina aveva del talento, ma che bello, che colori. “Ma questa figura qui prima degli alberi che sembra correre verso di noi, è una fata o una folletta del bosco?  Non c’è nella realtà, eppure mi piace, è ben inserita nel contesto, brava, davvero mi piace molto…”

“La mamma, papà, é la mamma che ritorna da noi. Per sempre.”

Il papà aveva le lacrime agli occhi, la sua sposa, la donna adorata con la quale aveva generato quella cara figliola, li aveva lasciati l’inverno scorso per una malattia feroce e repentina. La bambina non ne parlava mai ed il papà evitava di tornare con lei su quel profondo dolore che aveva segnato entrambi. Lui, in quei mesi, aveva intensificato la sua attività di pittore, gli serviva per diluire la sofferenza. Quel giorno capì che anche la figlia avrebbe abbracciato la pittura come espressione dell’anima e che la pittura avrebbe salvato dalla disperazione anche la sua bimba. Guardò di nuovo il dipinto e poi ancora la figlia. Bellissimo, bellissima.

Si abbracciarono in silenzio.

Il pomeriggio lo trascorsero a completare i particolari. Il cielo sopra le montagne assunse dei toni blu davvero magici, era come un cielo di speranza.

Ripresero la via del ritorno verso le sedici. Ridiscesero in silenzio; la bambina teneva il dipinto in una mano ed il cavalletto nell’altra.

Quel giorno d’autunno rimase impresso nella memoria della bambina, la sua mamma era tornata sotto le sembianze della Pittura, per sempre, per non lasciarla mai più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2019 Che tempo farà?

C’era una volta una donna sulla sessantina che gestiva una botteghina in cui non si vendeva nulla delle cose che normalmente si vendono nelle botteghe. Il nome di questa donna era Sofia e viveva, con due cani, un gatto e tre tartarughe di terra, in una bella casa di campagna situata in un paese chiamato Noncèmai, a seicento kilometri dal mar Checisarà.

Quindi volete sapere cosa vendesse la signora nella sua botteguccia al piano terra della bella casa di campagna? Ebbene, la nostra signora vendeva tempo. Sì, avete capito bene, vendeva tempo. Chiaramente il tempo non lo vendeva né a chili, né a litri, né a metri. Il tempo lo vendeva soprattutto a secondi, minuti, ore. Volendo anche a settimane, mesi, anni, ma non avrebbe potuto allargarsi troppo, il negozio in sé non era molto spazioso perché la maggior parte della casa era occupata da cose che Sofia aveva recuperato da persone che le avevano abbandonate per mancanza di tempo e cioè libri, strumenti musicali, giochi d’ogni tipo, colori d’ogni sorta, quintali di risme di carta bianca, progetti, viaggi, vacanze e persino sogni di cui era strapieno il sottotetto.

” Dammi un secondo, dammi un minuto, dammi un’ora…” questo trovavi scritto davanti sul biglietto da visita. E sul retro: “chi ha tempo non aspetti tempo, by Sofia”.

Donna Sofia apriva la sua bottega solo il pomeriggio; la mattina la trascorreva in parte a pensare ed in parte a cucire insieme ritagli di tempo per farne una grande coperta che, secondo i suoi piani, avrebbe dovuto coprire, senza asfissiarlo, l’intero pianeta Terra così che dalla Luna si sarebbe vista la muraglia cinese spuntare dalla sua impresa patchwork. Lei ne era convintissima: la cosa della quale gli umani erano più sprovvisti era il tempo.

E come si divertiva donna Sofia dietro il banco: il pomeriggio, quando apriva, s’era già formata una coda di bambini impazienti ed ognuno di loro aveva una richiesta tutta speciale. C’erano bambini che chiedevano ore di tempo per stare con i loro animali preferiti e qui Sofia non lesinava perché anche lei amava gli animali forse più degli umani. Altri bambini volevano del tempo in più per giocare ai video giochi e Sofia, in questo caso, era un po' titubante a vendere del tempo per un tale motivo, ma siccome era una persona buona, alla fine cedeva e magari un’oretta gliela vendeva. Capitava che certi bambini chiedessero del tempo per stare o con mamma o con papà che abitavano in due case diverse e qui Sofia faceva degli sconti anche del cinquanta per cento sul prezzo perché capiva che quei bambini anche se piccoli, non avevano dei problemi piccoli. C’era qualche bambino della specie mosca bianca che chiedeva del tempo per leggere un libro: allora lei domandava quale libro e stavano lì a discutere sul perché ed il percome, se le figure fossero belle anche in bianco e nero e se il libro, il bimbo lettore l’avrebbe preso in prestito in biblioteca o se lo sarebbe fatto acquistare su Amazon dal fratello maggiore che con la carta di credito della mamma comprava sempre un sacco di stupidaggini, ma anche scarpe e vestiti.

Sta di fatto che la maggioranza della clientela di Sofia era formata da fanciulle e fanciulli. Non che questo le dispiacesse; è che con gli adulti aveva il coraggio di sparare anche delle belle cifre per un’ora di tempo: in effetti le sue tariffe erano differenziate a seconda che fosse un marito che voleva acquistarne per stare con la badante russa della suocera, oppure una signora che voleva due orette per farsi disegnare dall’estetista delle sopracciglia eterne, o il ragazzo che desiderava un Bob Marley tatuato sul petto, oppure una donna che avrebbe voluto fare del volontariato…

ma i bambini, cosa volete mai che chiedesse a dei bambini! I bambini avevano da darle in cambio delle caramelle, dei baci sulla guancia, qualche figurina dei calciatori o di Rapunzel o qualche monetina recuperata dal salvadanaio che tenevano sulla scrivania con le mancette dei nonni. Donna Sofia non aveva rendite, inoltre per la sua attività, sosteneva certe spese fisse, soprattutto le costava cara l’elettricità per illuminare un certo tempo specialissimo detto tempo delle mele o delle fragole; poi c’era il riscaldamento, d’inverno, perché non poteva vendere del tempo freddo a delle persone che già gelavano di loro in certi ospedali o cronicari o anche orfanotrofi. In particolare, per certi bambini abbandonati, lei offriva del tempo ad una certa temperatura che comprendeva anche piumone di vero piumino d’oca con incorporata fiaba della buona notte.

Che servizio sociale aveva messo in piedi nonna Sofia! I suoi nipoti l’adoravano perché per loro aveva quasi sempre tempo ed anche per i suoi animali il tempo c’era sempre, soprattutto per i cani, così affettuosi; per il gatto un po’ meno, lui era indipendente, se lei aveva tempo bene, altrimenti amici come prima. Le tartarughe poi non stavano a preoccuparsi, esse erano l’elogio della lentezza e si sa che tempo e lentezza sono un binomio extra; lo sanno tutti che presto e bene non vanno insieme.

Un giorno giunse alla bottega della nostra sessantenne venditrice di tempo un signore lungo e stretto che parcheggiò la sua bicicletta contro il muro vicino alla vetrina. Entrò baldanzoso e dopo un largo sorriso ed un buongiorno in una lingua incomprensibile, fece capire a Sofia di venire da molto lontano e d’essere in procinto di terminare il giro del mondo in bici: gli serviva altro tempo perché non gli erano bastati gli ottanta giorni scommessi con i suoi amici. Sofia riconobbe il personaggio uscito da un libro letto nella sua infanzia e fu contenta di offrirgli gratis ancora una settimana di tempo per terminare il suo viaggio. “Perché invece della bicicletta, non fa l’ultimo tragitto in mongolfiera” gli propose Sofia stringendogli la mano con risolutezza. Il tipo le sorrise e, inforcata la bicicletta, dopo un minuto s’era già involato scomparendo alla fine del viale. (Che Sofia avesse anche una Mongolfiera relegata in qualche stanza?)

 

Sofia svolse la sua attività per molti anni ed ora stava pensando di lasciare il negozio ad uno dei suoi nipoti perché lei stessa voleva prendersi il tempo di partire per la Provenza, terra intensamente sognata.

Si fecero avanti Giovanni e Nicola: accettarono di prendere il posto della loro nonna ed anche se ora il tempo lo distribuivano via internet, i clienti erano sempre più numerosi e quasi gli adulti, soprattutto anziani, superavano per numero i bambini e questo era davvero un peccato… che i bambini non trovassero più tempo per giocare e fantasticare era davvero un peccato.

D’altronde i tempi cambiano ed anche il tempo cambia, ieri c’era il sole ed oggi è nuvoloso. E domani che tempo farà?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2018 Jack il levriero fiero

Jack il levriero è un cane lungo e stretto. Non molto alto, cioè circa sessanta centimetri, ha il pelo raso d’un colore grigio e qua e là nero. Porta una coda lunga e dura, fatta di cartilagine e ossa come tutti i cani, ma lui la porta come si porta una cravatta, elegantemente. Non scodinzola.

Esso, il cane, è un levriero fiero.

Noi l’abbiamo conosciuto all’età di sette anni: esso, il cane levriero, conduceva la propria vita con fierezza letargica, c’era e non c’era, abbaiava e non abbaiava, pisciava e non pisciava, deponeva la sua cacca e non la deponeva, insomma faceva ogni cosa che fanno i cani, ma con leggerezza, con sofficità, con impalpabilità. Jack apparteneva ad una signorina veterinaria, ma non era sempre appartenuto a lei. All’origine, cioè alla sua nascita, viveva con certi buzzurri allevatori di vacche che ritenevano esso, il cane levriero, un cane come altri, più magro di un cane pastore o di un cane da caccia, ma comunque un essere con quattro zampe che sapeva correre molto bene e che, a forza di bastonate, sarebbe riuscito sia a condurre al pascolo la mandria sia a recuperare gli uccelli o le lepri sparate. Jack, fin dalla sua tenera età, non la pensava così: esso amava la vita e non gli importava un bel niente di recuperare uccelli morti o insegnare alle vacche a stare in un certo luogo. Esso non era un pastore e neppure un cacciatore. Esso era Jack, il levriero fiero.

Così cominciò a ribellarsi ed era all’inizio della sua adolescenza che per i cani, così come per gli umani, è un periodo difficile in cui uno pensa e ripensa cosa farà da grande, perché vive e quale sarà mai il suo destino. I buzzurri però non lo lasciavano pensare in pace. Con le loro idee mucchesce e da incalliti cacciatori di prede, lo costringevano ogni giorno a fare cose che esso proprio non voleva fare. Jack cominciò a fuggire e loro lo riprendevano, fuggire e riprendere, fuggire e riprendere, fuggire e riprendere, finché un brutto giorno i mandriani cacciatori buzzurri lo ripresero definitivamente e lo rinchiusero sul balcone della loro cascina, lassù al terzo piano e da lì voglio vedere se puoi scappare, a meno che tu non sappia volare…

Che poi io mi chiedo, caro Jackillo dove mai volevi fuggire? Cosa pensavi di trovare, chi pensavi d’incontrare? Che pensieri avevi fatto nel tuo cervello? Avevi forse incontrato nella tua vita precedente qualcuno che si era dimostrato ben diverso dai buzzurri?

Penso di sì. Tu, nella tua mente sapevi, credevi e speravi. Che sensibilità meravigliosa avevi,

perché non approfondire la tua visione del mondo, perché obbligarti ad agire contro la tua volontà! (Dobbiamo comunque ammettere che nella razza umana questa abitudine a costringere altri, a limitarli, a piegarli ad altra volontà è un po’ una consuetudine che tu, appartenente al mondo animale, libero e selvaggio, non puoi concepire.)

Fatto sta che ti stiamo osservando lassù, dietro le sbarre del balcone…ma cosa stai tentando di fare? Oh no, Jack, tu non sei un uccello, non sei un’aquila che può spiegare le proprie ali nel cielo ed osservare da altezze sconfinate l’umana stoltezza di un piccolo mondo di buzzurri al pascolo! No, no, non hai le ali, appartieni ad un’altra specie animale…no, no…

Ti lanci nel vuoto? No, sì, ti lanci nel vuoto!

 Atterri con un tonfo che ci fa trasalire. La scena è terribile.

Accorriamo in tuo soccorso, ci guardi con fierezza, saresti quasi disposto a rimetterti in piedi ed a cominciare a correre, ma il dolore ti paralizza. Ti solleviamo delicatamente e ti mettiamo sul

sedile della nostra auto, avvolto in una coperta. Corriamo alla clinica veterinaria. Il signor veterinario, uomo tutto d’un pezzo, dice che ti ha già visto, visitato per cucirti una ferita. Una ferita da …zappa…

Ti esamina e conclude che devi avere una zampa rotta, poteva andare molto peggio. I buzzurri si fanno vivi nel pomeriggio e vogliono riprendersi il cane con la gamba ingessata, ci penseranno loro. Jack è perplesso, ma perché ora che aveva sentito un tocco diverso, certe carezze, perché doveva tornare con loro!  Jack accetta con dignità la sua sorte, pensando fra sé, ci sarà un’altra occasione per rivederti, uomo amico. 

Ed infatti ci fu un’altra occasione per rincontrare il signor veterinario e cioè quando, tentando un’altra fuga dal balcone, ti fratturasti il bacino ed i tuoi padroni ti bastonarono dalla rabbia e ti misero fuori uso l’occhio sinistro. Tu pensasti che almeno avresti visto quel lurido mondo solo in parte e non nella sua schifosa integrità. I buzzurri pensavano già di sopprimerti e buttarti nella spazzatura ma noi che ogni tanto passavamo da quelle parti per vedere come stavi, abbiamo convinto il capo branco a lasciarti con noi.

Stavolta il signor veterinario ebbe un gran daffare per rimetterti in sesto e purtroppo nulla poté per il tuo occhio.

Così cominciò un’altra parte della tua esistenza, amato, assistito e riverito.

Trascorrevi le tue giornate dentro una morbida cuccia; sdraiato e pensoso, allungavi il collo fuori e sognavi. Sognavi una padrona scrittrice che ti portasse a fare lunghi viaggi in giro per il mondo…passeggiare con lei sul ponte di una nave…atterrare e decollare con certi formidabili animali alati detti aerei… attendere paziente nella hall di una casa editrice…sonnecchiare ai piedi della sua scrivania con lei che ti faceva entrare ed uscire dai suoi racconti… e perché no, forse un giorno imparare a leggere quello che scriveva…

Fu quella mattina che i vostri occhi, cioè il tuo occhio opaco ed i suoi luminosi di cielo s’incontrarono: era d’aprile, la primavera avanzava decisa con il suo verde intenso e le sue gemme, non sarebbero potute accadere cose spiacevoli, tutto volgeva al positivo, al verde, all’azzurro.

Marta, la signorina veterinaria ti vide, aveva portato l’altro suo cane Peggy per un consulto dal signor veterinario tutto d’un pezzo. Fu un colpo di fulmine. Ti adottò. Anche Peggy fu felice d’avere un amico.

Così cominciò la terza parte della tua esistenza ed oggi a quindici anni della tua vita, sei ancora con loro, Marta e Peggy. Evitiamo di raccontare altre tue vicende come quella della tua passeggiata sullo stradone che ti costò un’altra frattura, tralasciamo le cure, le radiografie, le tac, le risonanze.

Diciamolo, un po’stupidello sei sempre stato, vanitoso e fiero d’essere un levriero, chissà, hai sempre voluto fare di testa tua, forse hai ancora altri progetti.

Ti osservo lì sdraiato, gemi un po’ perché Marta è uscita e ti ha lasciato qui. Vedo un sogno uscire dalla tua orecchia sinistra: parla del Paradiso dei cani e di tanta morbidezza e dolcezza intorno. Il dio dei cani, Anubi, ti ha invitato a cena e state ridendo osservando un uomo sulla terra che si dispera perché ha perso un tesoro, chissà mai quale, voi vorreste gridargli: “ignorante d’un uomo, non deprimerti, trovati un cane, non siete voi umani che dite sempre che chi trova un amico trova un tesoro?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2017 Magici nonni

Il nonno s'era messo a letto già da una settimana, diceva continuamente che voleva "assentarsi", che gli portassero da mangiare e lo lasciassero in pace. Trascorreva il suo tempo facendo bolle di sapone che si distribuivano nella stanza seguite dal suo sguardo sognante: ogni bolla corrispondeva ad un suo ricordo che per qualche minuto resisteva alla realtà e poi si dileguava in un confuso passato di molti e molti anni. La camera da letto dei nonni pareva proprio essere stata creata per fantasticare: il bel soffitto affrescato con fantasiose figure di cavalli, cavalieri, uccelli e fiori era uno spunto continuo per storie d'ogni genere. Stando sdraiati nel lettone i nonni potevano ammirare quell'incredibile cielo dipinto e navigare con la mente in spazi mai visti. Anche Asia, la nipotina di quasi cinque anni, aveva provato molte volte quella sensazione quando era rimasta a dormire dai nonni ed ora era un poco gelosa perché il nonno se ne stava tutto solo a crearsi le sue storie senza condividerle con lei; dalla cucina lo sentivano parlare da solo, ricordava, diceva cose d'un tempo andato, la sua mamma, il suo papà, suo fratello Claudio, la sorella Giuse.

"Il nonno è diventato matto" diceva la nonna alla figlia che a sua volta lo ripeteva alla nipote.

Inoltre, l'acqua e sapone dentro il vasetto ad un certo punto terminava ed il nonno esigeva subito un altro barattolino di bolle e guai se non si era svelti a farglielo avere. Le donne si chiedevano che senso avesse questa cosa delle bolle. Probabilmente così il nonno ridiventava bambino e riviveva certi bei momenti della propria vita, si divertiva a ricrearli e rideva tra sé e sé.

Asia era però sempre più arrabbiata con lui. "Ma perché il nonno sta solo a raccontarsì le storie, non può venire in cucina e farle sentire anche a noi? E poi a me le bolle di sapone piacciono così tanto, mi ricordo quel giorno che nonno aveva inventato il gioco delle bolle con il ventilatore acceso; le bolle sembravano impazzite e volteggiavano nell'aria come nuvole durante un uragano che poi esplodevano in una pioggia... di risate. "Nonno, nonno, ma cosa ti è preso? Non vuoi più la mia compagnia?". "Ho bisogno di stare solo", rispondeva il nonno," devo fare il punto della situazione." La bambina non capiva a quale situazione egli si riferisse, fatto sta che era molto dispiaciuta essendogli molto affezionata.

Per la verità anche la nonna era un poco preoccupata. Queste bolle! Belle sì, romantiche, sognanti, delicate, tenere, magnifiche, però il nonno non era un bambino!

Un giorno la nonna ebbe un'idea: avrebbe fatto i casoncelli così come li preparava una zia del nonno, la Gina, santa donna che lei aveva conosciuto quando s'erano sposati. E per fare i casoncelli come dio comanda ci vorrà il nonno con le sue bolle di sapone ad evocare la ricetta e l'atmosfera di quei tempi là.

Quando lo disse ad Asia, i suoi cari occhi allungati s'illuminarono e le sue belle mani, dalle dita affusolate, sembravano già pronte per far... suonare la pasta.

"Nonna, potrò usare la mia rotella per la pasta ed il mio matterello!" esclamò la bambina.

"Vieni, andiamo dal nonno a dirglielo".

"Nonno Gio" annunciò la nonna, "abbiamo deciso di fare i casoncelli come li faceva la Gina, oh caro vecchio brontolone dovrai aiutarci! O vuoi startene lì solo fino alla fine dei tuoi giorni a giocare con le tue bolle?"

Il nonno aveva appena soffiato almeno una ventina di bolle di varie dimensioni che ora stavano volteggiando nell'aria della stanza. La nonna capì che avrebbe partecipato all'evento quando lo vide formare un'enorme bolla che s'ingrossava sempre più e che poi volò fino al soffitto fra il cavaliere bianco e quello nero.

Il nonno già cominciava a raccontare quando la nonna lo fermò.

"Devi venire di là in cucina mentre noi impastiamo sul tavolo. Ti metterai sulla tua poltrona preferita e ci racconterai come faceva i casoncelli la Gina."

Nella bella cucina provenzale, il tavolone di legno era già in attesa, anzi pareva che sorridesse perché il piano risplendeva in una maniera diversa dal solito. Anche la poltrona bergère del nonno era in attesa e pareva muoversi. Forse ballava? In effetti si sentiva come una musichetta.

Il nonno si sedette e subito cominciò a soffiare una meravigliosa bolla di sapone che s'ingrandì, s'ingrandì fino a staccarsi per poi andarsi a posare su un asciuga piatti che era appoggiato al piano della cucina e li se ne stette dondolandosi mentre i suoi iridescenti colori parevano avere la tremarella.

Il nonno cominciò il suo racconto: "La pasta e la realizzazione dei ravioli freschi va fatta da mani esperte...ehm...ehm... in buona compagnia. Per la cottura sono bravi tutti, così anche per portarli in tavola. Per mangiarli serve una buona compagnia. Il ripieno... quello va preparato in anticipo."

"Il ripieno?" disse la nonna "già pronto, è in frigorifero."

"Ah...cominciamo con il piede sbagliato" brontolò il nonno "di sicuro l'avrai fatto a modo tuo ...comunque... vediamo un po'di fare almeno la pasta come si deve...per prima cosa vi serve la farina ...lavatevi bene le mani ed ora fate con la bianca farina un bel vulcano con un cratere in mezzo".

Così sul bel tavolo si stagliò in un attimo un bel Vesuvio. E lì il nonno parlò dei vulcani, dei crateri che eruttavano lava, di Pompei ...descrisse Napoli e poi anche la Sicilia e parlò dell'Etna, che lui c'era stato tanto tempo fa e fino in alto era arrivato e gli bruciavano i piedi...Quante cose conosceva il nonno. Asia era felice lì con la nonna che le avrebbe insegnato a fare la pasta ed il nonno che dirigeva le loro mani come un direttore d'orchestra.

Poi il nonno continuò: "Per ogni kg di farina, 5 uova, sale quanto basta ed acqua tiepida quanto basta."

E cominciarono ad impastare dopo aver aggiunto tutti gli ingredienti così come aveva detto il nonno. Le mani della nonna e della nipote agivano insieme. La nonna mostrava ad Asia i movimenti giusti, quelli che avrebbero trasformato la farina in una bella palla di pasta...mani esperte!

Il nonno approvava. "Ancora, ancora, la pasta deve risultare bella morbida. Magnifica! Rotonda, liscia, come una vera palla.".

"Come la tua testa, nonno!" Gridò Asia, felice. "Haaahh!"

Ed il nonno rise con lei che sprizzava gocce di felicità sulle piccole mattonelle gialle della cucina.

"Ora ci vuole la macchina, la macchina della pasta!" esclamò il nonno osservando la bella bolla rotonda che resisteva sull'asciugamano e... magia delle magie, in un istante, si materializzò una bella impastatrice in acciaio lucido che Asia non aveva mai visto. La nonna, come se niente fosse e per niente stupita, agganciò con un morsetto la macchina al tavolo poi inserì una manovella in un foro laterale. Quindi fece diventare la palla di pasta un rotolo abbastanza lunghetto e poi lo tagliò in cinque bei pezzettoni, così le diceva di fare il nonno... (come se lei non lo sapesse...ma lasciamolo dire...è bello che partecipi...pensava tra sé la nonna).

Si comincia! La nonna è proprio magica. Asia gira la manovella e la pasta si allunga, si allunga, La nonna fa clack e la pasta si allunga, si allunga. Nonna, ma quanto è lunga!. Cinque lunghe strisce di sottile pasta messe a cavallo di uno stendi pasta che il nonno aveva creato lì al momento, uscito anch'esso dalla sua bolla...ad asciugare sullo stenditoio come sciarpe profumate d'acqua e farina.

"E adesso?" Chiese Asia impaziente.

"Adesso, adesso, si tratta di esaminare il ripieno" aggiunse subito il nonno "... carne di manzo magra macinata fine, cotechini di maiale freschi, prosciutto cotto macinato fine, uova, formaggio di grana, pan grattato, prezzemolo finemente tritato, scorza di limone grattata fine, noce moscata, spezie miste tipo "arrosto", ma poche spezie perché si deve sentire di più la scorza di limone e per quanto riguarda carne, cotechini, prosciutto, tutto in parti uguali."

"Perfetto", disse la nonna togliendo dal frigor un bell'impasto dentro una bacinella di vetro. Asia la seguì con gli occhi pensando che la sua nonna fosse proprio una fata! Ed il nonno un vero mago!

La nonna guardò fisso il nonno: "Ecco il mio ripieno ed ora ti elenco i miei ingredienti: mezzo chilo di... "ALLEGRIA", tre cucchiai di... "SORRISI", due ettogrammi di... "CORAGGIO", un cucchiaio ben colmo di... "SPERANZA" ... ed intanto Asia chiede che cos'è il coraggio. "Il coraggio" dice la nonna "è quando si affrontano dei momenti difficili senza pensarci troppo ed avendo fiducia in se stessi." "Come quando si va a fare una vaccinazione?" dice Asia "È solo una punturina".

"Sì", dice la nonna, "è solo una punturina."

"Ho poi aggiunto due cucchiai di ...PAZIENZA, tre cucchiai di...FIDUCIA, due belle manciate... d'AMORE, altre due belle manciate d'AMICIZIA e, per legare il tutto, mezzo barattolo di... PACE. "Magnifico!" disse la nonna, molto soddisfatta, guardando il nonno di sottecchi.

Il ripieno emanava un dolce profumo di serenità.

Il nonno era sorpreso e pensieroso ma si capiva che era anche molto felice.

Ora si trattava di tagliare la pasta in tanti bei tondi e poi di riempirli ciascuno con un bel cucchiaino di ripieno.

"La Gina lo faceva con un bicchiere. I ritagli tienili pure tu Asia, li puoi usare come Didò con i tuoi stampini", le disse il nonno.

"Posso usare anche la mia rotella per la pasta ed il matterello che oggi non mi sono mai serviti!" E voleva già cominciare a giocare con i ritagli di pasta e già aveva fatto una rullata e pasticciato un po'con la rotella, che accadde qualcosa d'incredibile: il nonno si alzò dalla sua poltrona e, come un grande capo dei maghi, sentenziò che stava a lui formare il primo casoncello e così dicendo mise un cicinin di ripieno e formò una bella gallinella. "Evviva!" esclamò Asia che aveva lasciato il suo gioco per cominciare a mettere un poco di ripieno in ogni tondo di pasta.

Nonno alla fine collaborò con nonna e nipote ed in quattro e quattro otto fecero una gran quantità di gallinelle che cominciarono a svolazzare per la cucina mentre i nonni ed Asia ridevano, ridevano...

Poi una gallinella si posò sulla bolla di sapone facendola scoppiare, ma non era importante, il nonno ne avrebbe fatte tante e tante altre insieme alla sua nipotina, incantandola con mille nuove storie.

Nonna e nipotina erano soddisfatte. Assaggiarono una gallinella cruda, buona! E cotta nell'acqua salata e bollente lo sarà ancora di più... quei casoncelli ripieni di umanità, mangiati insieme a tutta la famiglia, risulteranno una vera bontà.

La ricetta fu stampata su un foglio ed appesa alla parete della cucina insieme ad una foto scattata al momento con una Polaroid dove si vedevano nonna e nonno con in mezzo una bella gallinella di nome Asia.

Ed io mi chiedo ancora oggi: "Chi ha scattato quella foto!?"

Di sicuro un diavoletto uscito lì per lì...da una bolla di sapone!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2016 Un signore vecchio style

Ogni giorno, alla solita ora, loro due, cugino e cugina si recavano a quella precisa fermata della metropolitana: il treno superveloce, dopo aver attraversato la città sotto terra, proprio lì, saliva in superficie. Accadeva ormai da molti mesi, ogni giorno, alla solita ora, i due bambini arrivavano e si sedevano ad aspettare volgendo lo sguardo dalla parte dove il treno sarebbe giunto. Senza parlare e senza tenersi per mano, attendevano. Il treno come un lampo arrivava puntualissimo arrestandosi stridendo sulle rotaie di funi elettriche. I bambini allora si alzavano e controllavano le persone che scendevano una per una, sgattaiolando di qui e di là come due volpacchiotti a caccia della preda. Ma chi sarebbe dovuto arrivare non arrivava mai. Poi un pomeriggio il cugino disse alla cugina che non sarebbe più andato ad aspettare, che tanto non sarebbe mai arrivata quella persona che speravano d' incontrare. Lei gli rispose che no, bisognava avere pazienza, che un giorno, un giorno... Per molti mesi ancora lei andò da sola. "Ci vai sempre in stazione?" le domandò una mattina il cugino. "Sì, certamente, ma ho la sensazione che se lui arrivasse e non ti vedesse, ci rimarrebbe male, quindi, ti prego, caro cugino, ricomincia ad accompagnarmi."

Il cugino faceva il burbero, lì per lì disse di no, poi, il pomeriggio ci ripensò e ricominciò ad accompagnare la cuginetta ad aspettare, là alla fermata della metro.

Era un giorno di primavera, pioveva. Era d'aprile, ma si sa, aprile apriletto, tutti giorni un goccetto: "Portiamo un ombrello soltanto, ci stiamo sotto tutti e due e poi vedrai che smette subito."

Così anche quel giovedì pomeriggio, puntuali apparvero i cugini e si misero a guardare dalla solita parte. Dopo poco una voce all'altoparlante dichiarò che il treno tal dei tali, proveniente da, eccetera, eccetera, sarebbe giunto con un'ora di ritardo. "Eh no, eh no, anche i ritardi ci tocca sopportare, andiamocene" sbottò arrabbiato il cugino. "Ma no, dai, se fosse proprio oggi il giorno dell'arrivo?" - ribadì la cugina. Così decisero di restare. E fecero davvero bene! Lo vide prima il cugino, un signore alto, brizzolato, si scorgevano solo gli occhi d'un lucente verde perché naso e bocca erano coperti da una sciarpa rossa. Vestiva un soprabito blu e come si erano immaginati li riconobbe subito ed il suo volto s'illuminò d'un radioso sorriso mentre andava loro incontro; nell'insieme si aveva l'impressione d'una persona estremamente solare ed amante della vita. (Così pensava la giornalista nascosta dietro l'angolo e che stava descrivendo la scena).

"Buongiorno bambini, felice d'incontrarvi. È molto che aspettate?" disse il signore

tossendo ed infilando una mano nella sua borsa: "Piove anche qui, ma ecco il mio ombrello, accidenti, sono anche raffreddato" e detto fatto estrasse dal suo bagaglio a mano un piccolo ombrello che aperto divenne invece un grande ombrello: "Sotto con me, bambini, ma dovrei dire ragazzi, siete molto alti, quanti anni avete?" "lo otto, lui dodici" rispose la cugina con voce tremolante; era troppo, troppo emozionata: la sua attesa era stata premiata! "Bene, ragazzi, dove mi portate?"

I due cugini, con il cuore che batteva a mille, stavolta si presero per mano e s'infilarono sotto l'ombrello insieme al tanto atteso signore. "Al parco, signore, la portiamo al parco."

"Ah benissimo aggiunse il signore - sono sicuro che presto smetterà di piovere e saremo allietatati da uno splendido sole e forse anche questo raffreddore mi passerà. Tengo la mia sciarpetta per non seminare virus di qui e di là quando starnutisco, etttccciiii!!"

I due giovincelli condussero l'uomo attraverso il viale alla fine del quale si apriva un luminoso parco di alberi all'apparenza centenari e dove, proprio in mezzo, si estendeva un notevole laghetto con tanto di ponticelli e porticcioli. Varcata la soglia del bel giardino, smise all'istante di piovere ed un sole giallarancio tamburellava già con i suoi raggi sopra un verdissimo prato, creando dei giochi di colore che incredibilmente mandavano anche dei suoni: davvero sorprendente. Ed il cugino chiese: "Lì, dentro la tua borsa, hai qualcosa che ci riguarda? Hai portato quello che ti abbiamo chiesto nella mail?"

"Certamente bambini - fece l'uomo - la vostra richiesta è più che legittima. Quindi, questo pianeta dove vivete è completamente tecnologico, sono davvero stupito per quello che mi avete raccontato. Anche questo parco ha in effetti un che di fantastico." "Caro Signore, deve capire che qui è tutto virtuale: alberi, anatre, barchette, cigni, uccelli, sono come esseri telecomandati. Qui al parco noi veniamo a giocare con i nostri amici quando ci stanchiamo di stare davanti alla tv, ma i nostri giochi non ci riguardano, cioè, voglio dire, non siamo coinvolti con il nostro corpo, è il gioco che si auto crea e noi partecipiamo con queste manopole - e così dicendo fece notare al signore le sue joysticks; in genere - continuò - giochiamo in gruppo, ma possiamo farlo anche da soli. Come ti abbiamo spiegato nella lettera, anche la scuola la frequentiamo in video conferenza e parliamo tra di noi attraverso lo smartphone 888, vedi, questo piccolo strumento, poi te lo facciamo provare, sa fare milioni di cose, anche difficili." Chiacchierando, arrivarono ad un vasto chiosco da cui si poteva ammirare il laghetto in tutta la sua irreale bellezza. Su alcune panchine lì intorno erano seduti molti altri bambini in attesa dell'evento. E l'evento era lì che stava accadendo. Erano stati avvisati dai cugini: lui era finalmente arrivato! Il signor Ricordo, questo era il nome del tanto atteso personaggio, si sentiva molto osservato. "Bambini, fate un cerchio intorno a me" - disse, guardandoli bene uno per uno e dando loro la mano mentre si presentavano con il proprio nome. E qui viene il bello: il sig. Ricordo spalancò la sua borsa: "Ecco bambini, ora leverò dalla mia borsa la meravigliosa cosa che mi avete chiesto di portarvi." Temporeggiava il sig. Ricordo, faceva finta di non trovare.

(Ma insomma, quanto ci vuole, si chiedeva la giornalista nascosta e ansiosa di prendere appunti.)

Ed eccola la cosa: un pacchetto di fogli di carta arrotolata legata con un elastico! E rivolgendosi ai cugini: "Questo pacchetto riguarda i vostri genitori, quest'altro i vostri nonni e questo i vostri bisnonni e questo i trisnonni: ogni pacchetto contiene scritti, lettere, fotografie. Quest'altra cosa invece è il vostro albero genealogico cioè vuol dire che ci sono tutti i nomi delle persone attaccate ai rami dell'albero fino a molte generazioni prima di voi". Ed il signore vecchio style si mise a distribuire pacchetti ricordo e libri-alberi a tutti i bambini presenti estraendoli magicamente dalla solita borsa. "Il nome scritto sopra ogni ramo del vostro albero è una persona che ha vissuto, vuol dire che ha sognato, sperato, amato; ogni nome che qui è solo scritto è stato un uomo o una donna in carne ed ossa di cui è doveroso avere un ricordo. Questa è la vostra storia, voi siete anche quello che loro sono stati."

E così i bambini cominciarono a fare una domanda dietro l'altra. Il sig. Ricordo ad ognuna rispondeva con molti particolari che lasciavano i ragazzini a bocca aperta. E la cosa incredibile è che di ogni bambino lì presente, il signor Ricordo poteva estrarre dalla sua borsa pacchetti di ricordi. "Ecco, per te, Alice e tu, Marco e tu, Andrea, e tu, Sofia, e tu, Agnese, e tu, Francesco..."

Muto, molto serio ed un po' appartato stava un bambino biondo con il volto coperto di lentiggini che non aveva ricevuto il proprio pacchetto di ricordi. Silvano, così si chiamava il bambino, era stato allevato in un orfanotrofio. Non aveva mai conosciuto i suoi genitori e tuttora viveva in un collegio. Il sig. Ricordo l'aveva lasciato per ultimo ed ora gli si avvicinava portando un pacchetto: "Ecco, Silvano, questo è il tuo pacchetto". Il bambino non credeva alle sue orecchie, sgranò gli occhi e mise il regalo sotto la sua giacchetta proprio vicino al suo cuore.

Un'altra bambina, Alice, si avvicinò al sig. Ricordo e gli disse che la sua mamma le aveva raccontato d'essere nata in una provetta perché un signore gentile aveva donato un semino per farla venire al mondo: lo voleva ringraziare perché aveva visto che nel pacco ricevuto c'erano notizie anche del suo papà che mai aveva conosciuto.

Il sig. Ricordo ci teneva un sacco a far contenti tutti i bambini che incontrava, forse perché leggeva spesso nei loro occhi una tristezza indefinita che lui in qualche modo si era prefisso di far scomparire.

"I nostri genitori non ci parlano mai del passato, per noi conta solo il presente ed il futuro, non sappiamo cos'è un cimitero dove tu dici che riposano queste persone che non ci sono più. Guardiamo molti film alla televisione, giochiamo con i video giochi, ma queste storie vere che ci stai raccontando sono più belle e ci fanno vibrare tutte le corde e diventiamo come una chitarra e ci viene voglia di cantare. Tu dici che questa signora che era la nostra bisnonna, amava molto gli animali ed aveva tre cani, parlaci

di lei, noi non possiamo tenere animali nella nostra casa. E poi dici che il nonno aiutava la nonna a fare i ravioli, ma cosa sono questi "ravioli" e perché dici che si sentiva il profumo del sugo nelle scale? Cos'è il sugo? Il mio papà dice sempre che quel che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, ma cosa voglia dire io non l'ho mai capito. Però a me piacerebbe sapere quello che è stato, ma non leggerlo sul computer che sembra non vero. Vorrei che tu restassi con noi". Così disse la cugina che fino ad allora non aveva aperto bocca.

Il signor Ricordo iniziò i suoi racconti: la sua voce nasale faceva tenerezza, rispondeva ad ogni domanda e pareva ai bambini che quel che diceva prendesse vita. Poi, ad un tratto, il signore disse: "Tutte queste cose che racconto le potreste mettere nero su bianco, scriverle voglio dire, anche sul vostro computer, oppure come fanno ancora alcuni terrestri, sulla carta, potreste fare un libro della vostra storia e poi aggiungere le fotografie che troverete in questi pacchetti e magari di alcuni momenti che vi ho descritto e che vi hanno particolarmente colpito, potreste fare un dipinto." Il cugino disse: "Noi queste cose, libri, fotografie, dipinti non li abbiamo mai visti, ma ora capiamo che sono molto interessanti e capiamo ancora di più perché gli uomini antichi li hanno ideati: perché la vita di tutti ne ha bisogno, perché senza ricordi non c'è vita. I nostri tablet e computer sono come dei riassunti di plastica, ma che non ci parlano davvero delle persone fatte di sangue che scorre nelle vene". Ora capiva, capiva che attendere là alla fermata della metro era stata la cosa più bella che avesse finora fatto nella sua vita.

Il signore riprese: "Nonostante viviate in un mondo di celluloide, capite bene, bambini, che la storia del mondo è stata scritta da mani di carne che muovevano le loro dita di ossa impugnando qualcosa che lasciava delle tracce, prima sulla pietra, poi sulla carta. Il contatto non aveva intermediari: dalla propria anima, gli uomini che scrivevano facevano sgorgare le parole che andavano ad "incidere" la Storia.

Oggi voi avete un intermediario che si chiama tecnologia, ma non trovate che tenendo in mano un libro di carta o sentendo raccontare i vostri genitori o i vostri nonni di un passato che voi non avete vissuto, è come se lo viveste voi, di persona, con il vostro corpo, pelle, ossa, sangue, vene, cuore e mente?"

Questo disse il signor Ricordo e tutti i bambini pensarono ai propri genitori sempre stanchi perché troppo indaffarati ed ai loro nonni pensarono, laggiù, nella Vecchia Riserva: almeno i nonni bisognava andarli a trovare e farsi raccontare un bel po' di cose, vivere soltanto di presente era troppo limitato e non c'era futuro senza passato.

I cugini erano entusiasti: "Te l'avevo detto che sarebbe stato meraviglioso aspettare e tu che non volevi farlo. Con la tua fretta, tutto e subito, ma va là, a me questo mondo di ricordi di carta m'ispira assai. Dici che il sig. Ricordo resterà per un po' qui con noi?" Il cugino non voleva ammetterlo, ma era emozionato. Sentiva nascere dentro di sé qualcosa. Una specie di voglia di sapere e di toccare con mano, una verità importante che era amara, ma anche dolce, una cosa che lo faceva sentire unico, importante, ma

anche desideroso di partecipare le sue emozioni, condividerle con gli amici non solo a parole, ma facendo anche a pugni e coprendosi di parolacce, ridendo a crepapelle. Voglia di essere vivo, mentre fino ad allora gli sembrava d'essere stato di gomma. Tutti i bambini presero a pizzicarsi l'un l'altro e ridevano e si rotolavano nel prato. Il signor Ricordo si allontanò pian piano non senza aver apostrofato la giornalista: "Ehi tu, è inutile che continui a nasconderti, guarda che ti ho visto fin dal primo momento; mi raccomando scrivi le cose come stanno, senza travisare...anzi ti do io la conclusione del tuo articolo:

- sul pianeta Tecnica si viveva in superficie senza mai approfondire nulla; il passato e la morte erano tenuti ben lontano, ma un signore vecchio style non era d'accordo ed era convinto che le profondità dei bambini non avessero il fondo. Tornava in Terra da dove era venuto il sig. Ricordo, con la certezza d'aver acceso una scintilla di felicità dentro quelle piccole anime e la storia dell'umanità che sembrava essersi arenata, avrebbe ripreso il suo reale e vero corso, sarebbe ricominciata e di sicuro non sarebbe mai finita..."

Così fece scrivere alla giornalista il signore vecchio style e dopo un istante era già un puntino di memoria in fondo al viale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

2015 Una preziosa nullità

All’incrocio di tre strade, proprio accanto ad un semaforo, sotto un cavalcavia, a qualunque ora del giorno e della notte, in una qualsiasi città del mondo.

Puoi incontrare quest’uomo.

In molti ne parlano, è un clochard molto particolare, sta lì dentro la sua scatola di cartone e ne esce soltanto per vendere acqua di mare e donare manciate di vento.

L’acqua del mare la vende in secchielli di plastica, ma devi andare tu, con il tuo secchiello, uno come quello che usavi da bambino sulla spiaggia, o che usano oggi i tuoi figli o nipoti.

Lui gira dietro la sua scatola e dal rubinetto della sua anima fa sgorgare l’acqua di mare che profuma di pesce e salsedine. “Dieci centesimi”, ecco “solo dieci centesimi”. Se desideri anche una manciata di vento, porta un sacchettino di quelli tipo da freezer, lui ci soffierà dentro e potrai scegliere fra un vento di Mistrale o di Scirocco, se preferisci, anche di Bora. Il vento te lo porti via gratis nel sacchetto chiuso da un elastichino. .

Questo clochard ha un proprio ideale: ama gli altri ed è convinto di poterli aiutare con questa sua attività, apparentemente inutile e non produttiva: offre queste cose vitali di cui lui stesso si nutre, le offre perché è convinto del loro potere.

In certe ore del giorno si può notare una lunga coda di gente che va da lui. Il tempo di un semaforo rosso e ti ha già offerto i suoi doni.

Sta a te ora, non rovesciare il secchiello e non bucare il sacchetto di vento finché senti dentro il tuo cuore la necessità di farlo.

Un grande industriale ha saputo del clochard e subito gli ha fatto rabbia pensare a questo strano tipo che vive d’aria mentre lui è sempre indaffarato ed agitato, il computer che scalpita, il telefono indiavolato, i conti, i bilanci, le offerte, i dipendenti, il consiglio d’amministrazione, la lezione d’inglese, l’amante.

Oggi, il grande industriale s’è voluto togliere lo sfizio di recarsi al famoso incrocio. E ’stata una giovane insegnante a raccontargli di aver avuto la fortuna di riempire il proprio secchiello con acqua di mare e di avere avuto in regalo una manciata di vento. A scuola, con i suoi ragazzi, aveva guardato bene dentro il secchiello e liberato fra i banchi il vento. E così s’era messa a raccontare ai bambini storie e storie di quando anche lei era piccola e tutti applaudivano e ridevano ed ognuno era ritornato alla propria casa ed aveva convinto i genitori ad andare là da quel signore che vendeva acqua di mare, anche loro, ciascuno con il proprio secchiello. Dai secchielli uscivano storie, le famiglie se le raccontavano, dicevano del tempo passato, ma facevano anche progetti; ciascuno dentro il proprio secchiello sembrava aver trovato qualcosa che pareva irrimediabilmente perduto: l’acqua di mare ed il vento intrecciavano fili capaci di tessere tappeti e stole e sciarpe e bellissimi variopinti tessuti che narravano della vita sulla Terra in tutte le sue forme e razze e specie e culture e religioni.

Il grande industriale s’era recato dal signore che vendeva acqua di mare, alla mattina presto. S’era travestito da povero per non farsi riconoscere da chi avrebbe potuto pensare:” ma guarda, anche lui, ricco sfondato com’è”.

Il signor industriale, il secchiello l’aveva cercato in soffitta ed in effetti aveva trovato un baule di ricordi, fotografie, pagine di libri, giocattoli. S’era perduto via una mattina a fantasticare ricordando il proprio passato, il cuore gli si era allargato, aveva telefonato in ditta che non lo disturbassero, che sarebbe rientrato l’indomani.

Paletta e rastrello ma il secchiello, quello non lo aveva trovato. 

Allora, mentre i figli erano a scuola e la moglie era certo impegnata in uno dei suoi passatempi, sì, quella era la mattina della palestra, si era intrufolato nella camera dei ragazzi guardando qua e là in cerca di un secchiello. Alle pareti erano appesi manifesti di cantanti e calciatori, in terra stavano dei libri e dei fumetti.” Ma come, i miei figli non giocano più con i lego?”, s’era chiesto.

Ecco il secchiello, rosso con il manico giallo, abbandonato in un angolo come cestino della carta.

Fu il suo turno al nuovo semaforo rosso. Fino all’orlo lo volle riempito il suo secchiello e di vento ne volle due sacchetti.

Quella sera tornò presto, non era atteso per cena. Trovò i figli davanti alla televisione e la moglie in cucina: “venite a vedere” - disse ai ragazzi stupiti di averlo a casa fuori orario.

Dal secchiello saliva un leggero profumo di mare. Nello stesso tempo liberò il vento.

“Vento, vento, portami via con te, raggiungeremo insieme il firmamento, vento, vento…”

La moglie sembrò interessata. Quindi avrebbero fatto una vacanza insieme. E la scuola? E il lavoro? E la palestra?

Trascorsero la serata a parlare di tutto e di niente, di acqua e di fuoco, di mare e di vento.

Andarono in vacanza e furono due settimane bellissime.

Al ritorno dalla vacanza, l’industriale convertì la sua fabbrica che imbottigliava vini d.o.c. in una fabbrica che imbottigliava acqua di mare. La confezione di cartone, progettata dallo stesso industriale era una scatoletta rettangolare da quindici centimetri per venticinque di altezza e conteneva un secchiello trasparente con coperchio già riempito di “Clochard’s seawater” con annesso sacchetto gonfiato di vento.

Arrivavano alla fabbrica autobotti dai mari di tutto il mondo ed alle fragranze dei venti si aggiunse anche la Tramontana. Ma la cosa non funzionò. Si rese conto che il suo progetto era una brutta copia dell’originale e che l’acqua di mare ed il vento del clochard all’angolo, sotto il semaforo, non potevano essere riprodotti con lo stesso effetto perché scaturivano da un’anima dolce e sensibile che non si poteva clonare. Il grande industriale riconvertì di nuovo la sua fabbrica e tornò ad imbottigliare vini pregiati, ma fu sempre grato al venditore di mare e di vento per avergli allargato la mente ed il cuore: ora si sentiva finalmente un uomo realizzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SEZIONE POESIA A TEMA LIBERO

 

 

 

E’ di vetro soffiato

la luna che illumina

il mio libro aperto

alla pagina sette.

Sul balcone di pietra

con bacche rosso corallo

sfida l’agrifoglio

il grigio dell’ inverno.

Nevicherà

almeno per tutto febbraio

ed a Pasqua si gelerà.

Le gemme abortiranno

ed i fiori, i fiori

quando mai sbocceranno?\ 

 

Il fuoco danza nella stufa

in un piacevole silenzio

di  mute parole di carta.

Il mio bambino ha la febbre

e la testa gli gira:

dal divano vede due lune

soffiate dal vento di due primavere.

Siedo accanto al mio bambino

che è un fiore colorato

sbocciato in ogni stagione,

che è un astro soffiato

da un vento di tenerezza

ed illumina il mio  libro

aperto alla pagina dieci.