2021 Viola
C’era una volta un castello situato un po’ distante da un tipico paese di montagna delle Alpi italiane.
Vi abitavano una signora abbastanza su d’ età e la sua nipotina di circa nove anni.
Il nonno, cioè il marito della signora, era mancato tempo addietro ed i genitori della bambina si erano separati appena dopo la nascita della figlia ed ora vivevano non saprei dire dove; si limitavano ogni tanto ad una telefonata e di venirle a visitarle non trovavano mai il tempo. Non che a nonna e nipote la cosa dispiacesse poi tanto, erano abituate a vivere in simbiosi, loro due. Al castello vivevano anche un maggiordomo ed un’altra cameriera che si alternavano nelle faccende domestiche, cioè, cartellistiche, perché tante erano le stanze da tenere in ordine e non vi dico quante finestre con vetri da far risplendere e poi c’era il giardino da seguire e la dispensa da rifornire nella quale non doveva mancare mai nulla, neppure per cucinare piatti particolari come la paella o il cuscus o il sushi. Per quanto riguardava appunto la grande cucina con il pavimento di cotto fiorentino e gli affreschi sul soffitto, se ne occupavano direttamente nonna e nipote, infatti amavano cucinare ed anche tenere in ordine tutti gli attrezzi necessari: che belle tutte quelle pentole di rame appese alla parete sopra il lavello ed il vaso di porcellana con i cucchiai di legno di tutte le misure ed i colini, i coltelli, i taglieri, gli stampi di ogni genere per torte biscotti ciambelle budini, le caffettiere in fila, la collezione di tazzine da caffè ed i bicchieri adatti ad ogni tipo di vino.
La signora, che in paese chiamavano la contessa, era un’appassionata d’arte; nel castello era riuscita a collezionare molti dipinti di artisti che le piacevano, ma la cosa interessante è che si era fissata con i falsi d’autore e ne possedeva davvero molti; non potendo certo permettersi di avere l’originale di un van Gogh o di un Renoir o di altri famosi pittori, aveva copie di dipinti dai musei di tutto il mondo che stavano appesi qua e là in tutte le stanze.
La nipotina naturalmente, ah ho dimenticato di dire che la bambina era down, ma questo non è importante, cioè è importante se pensiamo che la nonna s’era presa cura di lei fin dalla nascita ed a cinque anni la piccola sapeva già leggere e scrivere; mi state chiedendo come mai non l’avessero mandata a scuola, sarebbe stato necessario, per socializzare, ribadite. Certamente, la nonna si era interessata, ma vuoi che il castello fosse troppo distante dal paese, vuoi che la maestra di sostegno non l’avessero trovata per un solo alunno, vuoi che la struttura scolastica non fosse adatta, vuoi che un sacco di scuse una dietro l’altra, la nonna si era ben stancata di mendicare istruzione per la sua nipotina.
La bambina, naturalmente, era cresciuta con la passione per la pittura ed aveva sviluppato una facoltà sorprendente che continua a sorprendere anche me che sto raccontando la loro incredibile storia, lei era in grado di far uscire dal dipinto i personaggi che desiderava i quali apparivano in carne ed ossa lì con lei. Non saprei dire se si trattasse di scienza della coscienza, di una sorta di ipnosi, di fisica quantistica, di… non so, non so, non me lo so spiegare. Sta di fatto che la piccola, ed ora vi svelo il suo nome, Viola, si chiamava Viola, ci riusciva tutte le volte solo concentrandosi sul viso del personaggio rappresentato che voleva avere accanto per giocarci. Perché, a proposito di socializzare, Viola aveva in questo modo, moltissimi amici che, ad un suo sguardo, si materializzavano per trascorrere un po’ di tempo con lei e nonna. Soprattutto desiderava invitare bambini e bambine perché giocare era un’attività che le piaceva molto; così fece quella volta con la Bambina con innaffiatoio di Renoir, diventarono subito amiche per la pelle, la invitava almeno una volta la settimana e come si divertirono quel giorno d’estate quando la Bambina poté usare il suo innaffiatoio per innaffiare i fiori del bel giardino che circondava il castello.
Difficile crederci, ma io ho assistito all’emozionante evento, vorrei avere anch’io questo potere, ma si sa, i bambini down sviluppano delle qualità che noi manco ci sogniamo: il dipinto di Renoir rimase sprovvisto della figura che si trasformò in un essere umano, rimase solo il giardino, il sentiero ed appunto uno spazio vuoto.
Una volta toccò a Paulo, il figlio del pittore Pablo Picasso, quello vestito da arlecchino: il bambino fece una capriola per uscire dal dipinto e non avrebbe più voluto ritornare a sedersi immobile su quella pur bella poltroncina; quel giorno giocarono al carnevale, Viola si vestì da Colombina e la nonna volle partecipare, trasformandosi in un Pantalone brontolone. Per la verità, spesso la nonna s’intrometteva, anche perché a volte era lei a richiedere di voler scambiare due chiacchiere con La Merlettaia di Vermeer o con una ballerina di Degas.
E che ridere in quei giorni del Bacchino malato di Caravaggio! Aveva davvero un brutto aspetto il fanciullo, ma dopo due settimane al castello in compagnia di Viola, si rimise talmente in forze che tornando nel dipinto gli fu ridato il nome di Bacchino guarito.
Che giornate memorabili trascorrevano nonna e nipote!
Un giorno Viola si fissò che avrebbe voluto giocare con Margherita. E chi era mai questa Margherita? Ma la figlia dei reali di Spagna era, rappresentata in un grande dipinto da Diego Velasquez nel 1656 e conservato al museo del Prado di Madrid. Il falso che la nonna aveva nel suo castello era una bella copia, davvero ottimamente realizzata nei minimi particolari. Margherita è la principessa dai capelli d’oro all’età di cinque anni, vestita con uno splendido abito bianco avorio di raso che vediamo in centro, circondata dalle sue damigelle. Il dipinto in italiano si chiama appunto le Damigelle d’onore. Viola aveva deciso che quel pomeriggio avrebbe fatto merenda con Margherita, aveva sempre desiderato avere una sorellina. Che bello, eccola la piccola Margy che si guarda intorno stupita. Le piace il posto, è abituata ai castelli; però vuole togliersi l’abito, non vuole sporcarlo, vuole vestirsi come Viola, con jeans e maglietta e non rinuncia a quelle meravigliose Sneakers che si illuminano quando cammini.
Viola e Margherita trascorrono il tempo a giocare con il Dido e poi con i Duplo e poi leggono una fiaba e poi guardano i cartoni alla TV e poi giocano con il Tablet. Non importa se Margherita parla spagnolo, si intendono benissimo e poi non volete che la nonna di Viola non le abbia dato qualche infarinatura di inglese, spagnolo, tedesco …
Non sto a dirvi che fascino ebbe questa giornata per Margy, tanto che fece promettere a Viola che l’avrebbe invitata ancora molte altre volte e prima di rivestirsi, cioè, di… imbustarsi… per tornare nel dipinto, ogni volta, baciava le scarpe con i led che facevano luce ai suoi passi e che doveva abbandonare per rindossare calzature regali.
Ecco. Questa è la storia. Non potrete dire che Viola non venne stimolata nel suo sviluppo e nella sua crescita!
La nonna era convinta che Viola sarebbe diventata una ragazza indipendente e che avrebbe trovato un posto di lavoro in un qualche museo del mondo, magari a Washington dove appunto era custodito il dipinto della bambina di Renoir.
Viola andava ormai per i dieci anni, la sua vita era animata da molte persone che le volevano bene.
Quando quel giorno le telefonarono i suoi genitori, fecero stranamente insieme una video chiamata, le chiesero come stesse e se non si sentisse sola nel grande castello.
“Io sola? Forse un po’ triste, qualche volta, perché mi mancate, ma sola mai e poi mai, innanzitutto ho nonna e poi, per esempio oggi, ci sono qui le tre ragazze del dipinto di Munch, Ragazze sul ponte…ne hanno di cose da raccontarmi, anche loro sembrano avere qualche tristezza per la testa, ma non è importante, noi ci scambiamo le emozioni ed alla fine siamo felici.”
“Ciao mamma, ciao papà, vi saluta anche nonna che è nel salone a giocare a carte con i due giocatori di Cézanne…”
“Cosa? Come dici?”
