2020 Per sempre
La bambina era felice quando poteva andare a passeggiare con il suo papà, una volta lungo il fiume o sulla pista ciclabile, un’altra volta in montagna e qualche volta nel bosco.
Il padre della bambina era un pittore, amava le uscite a contatto con la natura da cui traeva sempre ispirazione. Quel giorno, era un sabato d’ottobre inoltrato, il papà decise di insegnare alla bambina a dipingere en plein air, all’aria aperta. “Cara - le disse “domani andremo a caccia, ci alzeremo presto”. “A caccia?” si meravigliò la piccola che proprio la settimana prima aveva compiuto dieci anni “sì, a caccia… di colori! Le nostre armi saranno un paio di cavalletti, la mia cassetta di colori, una tela per me, una per te, senza dimenticare la scatola dei pennelli”.
La bimba sorrise, già non vedeva l’ora d’andare a dormire e che venisse presto il mattino per potere “cacciare” insieme al suo papà.
“Faremo una bella camminata in montagna” aggiunse il papà “sai quel bel sentiero che abbiamo percorso l’estate scorsa insieme alla mamma; quindi prepara i tuoi scarponcini ed i vestiti come per scalare un’alta montagna” e nel dirle così le diede un bel buffetto sulla guancia. La bambina gli saltò al collo abbracciandolo e riempiendolo di baci. Si strinsero forte l’un l’altro come a tenersi stretti, per sempre.
“Notte, papà”, “notte bambina mia”. La bambina salì saltellando le scale per andare nella sua cameretta al primo piano.
Il papà la sentì accostare la porta. “Per essere così piccola mi sembra così grande. Va a letto da sola senza fiatare, prepara le sue cose, mette addirittura la sveglia…”
Finalmente domenica! Giornata luminosa, il buongiorno si vede dal mattino e quel dì aveva l’aria d’essere speciale, nonostante fosse ancora un po’ buio quando “i pittori” si alzarono.
La bambina era abituata alle passeggiate fra gli alberi, calpestando la terra, i muschi, i rami, le foglie.
Aveva frequentato una scuola materna dove gli insegnanti, strano, ma vero, non erano delle signore, ma due giovanotti appassionati di scuola e di educazione, due maestri maschi. Fantastico, avevano notato i genitori della bambina, infatti pensavano che fosse una vera innovazione avere come insegnanti alla scuola materna due maschi; i piccoli alunni imparavano sul territorio, spesso facendo delle passeggiate nei dintorni, alcune persino con pernottamento in tenda. Per la bambina quindi, andare con il proprio papà a dipingere in plein air era una bella esperienza che si aggiungeva alle altre già collezionate e che continuava a fare nella scuola che frequentava perché anche la scuola primaria era parte dello stesso Istituto Comprensivo all’avanguardia.
Padre e figlia partirono con due bei cavalletti da campagna in legno, pieghevoli, come due veri pittori impressionisti d’inizio novecento. Il viaggio in auto non fu per niente lungo, venti minuti per arrivare al parcheggio, là, sotto la grande montagna. Da lì avrebbero preso la mulattiera che portava alla radura dove si sarebbero messi a ricreare con i colori quello che vedevano davanti ai loro occhi. Il papà portava lo zaino con pane e companatico mentre a tracolla aveva la borsa dei colori e dei pennelli; il cavalletto lo teneva sottobraccio. La bimba aveva insistito per portare il suo di cavalletto e le due borracce d’acqua.
Camminarono spediti per una mezzoretta. Il tragitto era in salita, ma non poi così tanto; camminando, chiacchierarono di giochi e di pittura e chissà se Nerone, il gatto di casa, proverà nostalgia nel non vederli per tutto il giorno.
Il sentiero ad un certo punto finì aprendosi, fra due muretti a secco, in una bella radura.
“Eccoci, che te ne pare?” chiese il pittore-papà. “Molto bello” rispose la pittrice-bambina.
In effetti il paesaggio appariva così: un grande prato con l’erba ormai ingiallita e qua e là di colore marroncino variamente sfumato; di fronte, ad una distanza di più o meno cinquanta metri, un insieme di pini silvestri, abeti rossi, faggi e larici dai colori che spaziavano dal verde scuro, al marrone, al senape, al giallo, all’arancione e, meraviglia, anche al rosso!
Al di sopra degli alberi spuntavano le cime di due alte montagne già un po' innevate e sopra tutto un cielo che ormai si era aperto ad un azzurro intenso anche se proprio sulla sinistra s’affacciavano due nuvolette furbette che sembravano essere lì apposta per sbirciare la scena.
“Ci mettiamo proprio qui così abbiamo una visione d’insieme del nostro paesaggio”.
Il bel muretto di sassi a vista dove erano arrivati, qui più alto, là più basso permise loro di utilizzarlo come sgabello. Quindi aprirono i cavalletti, il papà mostrò alla bimba come sistemarlo e la tela fu fissata orientandola verso …l’eternità di quel paesaggio mozzafiato.
Che meraviglia, che bello, che fantastica idea! Non penserete che la tela della bimba avesse delle misure più piccole di quella del papà. No, no, entrambe 60 x 50, avrebbero lavorato sull’orizzontale ed in effetti il paesaggio ci stava a pennello dentro quelle misure. Essendo le tele già con l’imprimitura di base, si trattava prima di realizzare un disegno schizzato con la fusaggine per tratteggiare i piani, cielo, montagne, l’orizzonte insomma. “Vai” disse il papà” comincia come sei capace poi do un occhio io.”
Così cominciò la lezione en plain air: la bambina sembrava una fanciulla uscita da un dipinto di Renoir, bella e sorridente nei suoi abiti colorati. Immaginiamo Auguste nel papà mentre insegna a dipingere alla figlia Lucienne.
Erano circa le dieci di quella mattina splendida. Si trattava di abbozzare il dipinto sfruttando le ore di luce mattutine. La bambina era stata davvero brava, aveva schizzato il dipinto davvero con ingegno.
Ora si trattava di preparare la tavolozza. Il papà disse alla bambina di osservare bene i colori, alberi, montagne, cielo. “Spremi dal tubetto un po’ di colore sulla tavolozza di legno, di qui i colori più caldi, di là i freddi, questa è l’essenza di trementina, questo l’olio di lino. Tieniti a portata di mano uno straccetto. All’inizio stendi il colore più diluito e riempi la tela. Poi si tratterà di fare i particolari…”. La vera caccia era cominciata, la tela cominciava man mano a prendere la forma del paesaggio. “Ecco, qui aggiungi dell’ocra gialla e qui del giallo di Napoli scuro…”
Verso mezzogiorno pensarono di fare una pausa per mangiarsi i panini che si erano preparati, ma non vedevano l’ora di riprendere il lavoro. Presto si rimisero d’impegno al cavalletto.
La bambina era entusiasta, maneggiava il pennello con destrezza. Ad un tratto disse:
“ecco papà, io ho terminato”. Il papà osservò il dipinto della sua figliola. Senza dubbio la bambina aveva del talento, ma che bello, che colori. “Ma questa figura qui prima degli alberi che sembra correre verso di noi, è una fata o una folletta del bosco? Non c’è nella realtà, eppure mi piace, è ben inserita nel contesto, brava, davvero mi piace molto…”
“La mamma, papà, é la mamma che ritorna da noi. Per sempre.”
Il papà aveva le lacrime agli occhi, la sua sposa, la donna adorata con la quale aveva generato quella cara figliola, li aveva lasciati l’inverno scorso per una malattia feroce e repentina. La bambina non ne parlava mai ed il papà evitava di tornare con lei su quel profondo dolore che aveva segnato entrambi. Lui, in quei mesi, aveva intensificato la sua attività di pittore, gli serviva per diluire la sofferenza. Quel giorno capì che anche la figlia avrebbe abbracciato la pittura come espressione dell’anima e che la pittura avrebbe salvato dalla disperazione anche la sua bimba. Guardò di nuovo il dipinto e poi ancora la figlia. Bellissimo, bellissima.
Si abbracciarono in silenzio.
Il pomeriggio lo trascorsero a completare i particolari. Il cielo sopra le montagne assunse dei toni blu davvero magici, era come un cielo di speranza.
Ripresero la via del ritorno verso le sedici. Ridiscesero in silenzio; la bambina teneva il dipinto in una mano ed il cavalletto nell’altra.
Quel giorno d’autunno rimase impresso nella memoria della bambina, la sua mamma era tornata sotto le sembianze della Pittura, per sempre, per non lasciarla mai più.
