2025 Il bosco che suona

Giovanni detto Vanni era un esserino di cinque anni quando la madre gli mise in mano un violino del Settecento, eredità di famiglia. Il bambino ne fu subito entusiasta, strimpellava che era un piacere e la cosa incredibile fu che la madre non si preoccupò per niente che il gioiello si potesse rompere nelle sue minuscole mani, mentre il padre, al contrario, aveva più volte calcolato la somma in denaro che avrebbe ricavato potendo vendere quel gioiello musicale “una villa con piscina, e non solo”, diceva tra sé, altro che farlo rovinare da un bambino! Ovviamente non osava riferirlo alla moglie anche perché i loro rapporti non erano dei migliori, lei lo aveva minacciato più volte di lasciarlo, lui e la sua fissa dei tanti soldi; d’ accordo, erano una coppia di semplici operai, ma se lei riteneva di potersi elevare con la musica seguendo i progressi del loro figliolo, lui si elevava seguendo la squadra di calcio del cuore e, compilare la schedina tutte le settimane, era la sua sviolinata alla dea Fortuna. I due coniugi finirono per divorziare e Vanni, allora di sette anni, rimase con la madre, la quale, già da tempo, lo stava mandando a scuola di musica.

Dobbiamo dire che la mamma di Vanni non ne capiva un gran che di musica, si limitava ad ascoltare la lirica cantata da Lucianone, ma non soltanto Pavarotti, anche Mina, la tigre di Cremona era nelle sue corde; da quando s’erano lasciati col marito, era rassegnata, di uomini non ne avrebbe più voluti, si sarebbe dedicata all’educazione di Vanni, davvero un amore di bambino. Quando Vanni le disse che avrebbe voluto giocare a calcio, lei storse il naso, “aiuto, pensò, qui mi diventa come il padre”, ma da persona intelligente qual era lo assecondò “due giorni, allenamento con i tuoi amici e due giorni, a scuola di violino”. Così gli anni passarono, Vanni giocava come centravanti nella squadra giovanile della città e suonava il violino in una band con due amici violoncellisti, TT, Trio Torrazzo, in onore della famosa torre cremonese.

A Vanni suonare il violino piaceva molto, ma lo interessava anche l’idea di poterne costruire, di violini. Si diceva, nella sua famiglia, che il famoso gioiello fosse arrivato in casa per via di un antenato liutaio che l’aveva rubato nell’officina dove lavorava; avete sentito bene, rubato, sì, rubato, perché, sempre si tramandava la storia che il trisavolo avesse sì orecchio, ma non sapesse suonare, invidiando moltissimo chi lo sapeva fare. Così se lo portò a casa, proponendosi in futuro di metterci mano studiando musica.

La guerra, una delle tante che gli umani continuano ad inventarsi, lo fregò, anzi, lo ammazzò ed il violino passò di generazione in generazione accompagnato dalla vicenda della ruberia.

Vanni cominciò ad andare a bottega nella liuteria; aveva ormai dodici anni, la sua settimana era intensa fra scuola, lezioni di violino, partite di calcio ed ora anche imparare ad usare certi scalpelli perché ci teneva molto a riuscire a costruire, riparare e restaurare i violini; inoltre, essere in grado di saper distinguere i tipi di legno era per lui diventata una sfida, sapeva già che l’abete rosso era il migliore per la realizzazione della tavola armonica. 

Un giorno d’ottobre, gli artigiani della liuteria gli proposero di andare a visitare il Bosco che suona, nella foresta di Paneveggio in Val di Fiemme: da lì arrivava il legno pregiato che lavoravano!

Fu un giorno memorabile, Vanni si portò il famoso strumento e si mise proprio a suonarlo in pieno bosco: il concerto attirò cervi, cerbiatti, vari tipi di uccelli, scoiattoli ed altri animaletti del sottobosco, e pure gli alberi, muovendo le loro fronde, parteciparono ariosamente, mentre certe volpi, sospettose, manifestarono la propria curiosità mettendo il muso appena fuori dalla tana. Poi fu la volta degli gnomi e, meraviglia delle meraviglie, si materializzò anche un’anziana signora che, commossa, diede il via agli applausi finali. Mamma orsa con i suoi cuccioli non si fece viva, che fosse già in letargo? Vanni ritornò a Cremona inebetito e raccontava a tutti dell’avventura che aveva vissuto; oppure l’aveva sognata solo lui dato che gli altri non si accorsero di nulla? Ovvio, il bosco che suona si manifesta con tutti i suoi abitanti, soltanto a degli esseri buoni, sinceri e sensibili come Vanni; gli adulti che lo avevano accompagnato avevano ormai le loro menti piene di cianfrusaglie, altra visione del mondo, non più una tabula rasa pronta a emozionarsi.

Vanni invece si portò a casa il suo cuore che batteva d’emozioni e si applicò ancor più nella sua passione fino al giorno che ascoltò alla radio la tremenda notizia: una terribile tempesta aveva ridotto il Bosco che suona in una catasta di legna ammassata, sradicando i preziosi alberi di abete rosso. Vanni ne fu talmente scosso che gli venne un febbrone da cavallo e per una settimana non poté muoversi dal letto. Intanto pensava sì agli alberi, ma soprattutto agli animali del bosco, agli gnomi, alla vecchia signora ed appena si rimise in piedi chiese alla madre di accompagnarlo a Paneveggio e non dimenticò certo il suo violino. 

Giunti sul posto, lo scenario che si presentò loro davanti fu agghiacciante. L’uragano era passato come una furia nonostante ora brillasse in cielo un sole indifferente che illuminava di luce sinistra centinaia di alberi abbattuti. Vanni si mise a suonare una melodia triste sperando così di richiamare in vita gli abitanti del bosco. Questa volta anche la madre di Vanni assistette alla scena, quindi non aveva sognato, era tutto vero! E sembrava fossero tutti salvi, animali e gnomi e pure la vecchia signora che, appoggiandosi ad un bastone, gli si rivolse con dolcezza: “caro Vanni, sappiamo che oltre ad essere un bravo violinista, diventerai anche un esperto liutaio, per questo abbiamo pensato di donarti tutti questi alberi che la tempesta ha abbattuto; li faremo stagionare per tre anni come vuole la tradizione, poi, con i tuoi amici della liuteria, potrete venire man mano a prendere il legno che vi serve per trasformarli in violini, viole, violoncelli e contrabbassi”. Detto questo, con il suo bastone che si rivelò magico come una bacchetta, perché sì, proprio d’una fata si trattava, fece comparire uomini tiratori di tronchi e camion per il trasporto del legname. 

Un grande maso fu adibito alla stagionatura del legno. 

Gli alberi tempestati erano stati miracolati, cosa che riempì di gioia e speranza Vanni ed i liutai della scuola Antonio Stradivari.

Vanni cresceva, aveva ormai tredici anni e purtroppo la sua mamma volò in cielo in seguito ad una grave malattia, non prima d’averlo rassicurato che gli voleva un gran bene e che le sarebbe rimasta vicino. Vicino? Ma se era volata in cielo! Non in un altro luogo? Vanni era convinto in un altro luogo: il ragazzino non pianse, mise in uno zaino poche cose, nella custodia il caro violino e s’incamminò da solo verso il bosco di Paneveggio. Attraversò strade ed autostrade, colline e montagne ed infine eccolo: l’anziana fata lo attendeva insieme alla sua mamma; tutti gli abitanti del bosco organizzarono grandi festeggiamenti per accogliere madre e figlio nella nuova famiglia.

A Cremona, non si seppe più nulla di loro, ma chi si reca a Paneveggio può, avendo un’anima sensibile, ascoltare evocative sonate per violino.