2018 Jack il levriero fiero
Jack il levriero è un cane lungo e stretto. Non molto alto, cioè circa sessanta centimetri, ha il pelo raso d’un colore grigio e qua e là nero. Porta una coda lunga e dura, fatta di cartilagine e ossa come tutti i cani, ma lui la porta come si porta una cravatta, elegantemente. Non scodinzola.
Esso, il cane, è un levriero fiero.
Noi l’abbiamo conosciuto all’età di sette anni: esso, il cane levriero, conduceva la propria vita con fierezza letargica, c’era e non c’era, abbaiava e non abbaiava, pisciava e non pisciava, deponeva la sua cacca e non la deponeva, insomma faceva ogni cosa che fanno i cani, ma con leggerezza, con sofficità, con impalpabilità. Jack apparteneva ad una signorina veterinaria, ma non era sempre appartenuto a lei. All’origine, cioè alla sua nascita, viveva con certi buzzurri allevatori di vacche che ritenevano esso, il cane levriero, un cane come altri, più magro di un cane pastore o di un cane da caccia, ma comunque un essere con quattro zampe che sapeva correre molto bene e che, a forza di bastonate, sarebbe riuscito sia a condurre al pascolo la mandria sia a recuperare gli uccelli o le lepri sparate. Jack, fin dalla sua tenera età, non la pensava così: esso amava la vita e non gli importava un bel niente di recuperare uccelli morti o insegnare alle vacche a stare in un certo luogo. Esso non era un pastore e neppure un cacciatore. Esso era Jack, il levriero fiero.
Così cominciò a ribellarsi ed era all’inizio della sua adolescenza che per i cani, così come per gli umani, è un periodo difficile in cui uno pensa e ripensa cosa farà da grande, perché vive e quale sarà mai il suo destino. I buzzurri però non lo lasciavano pensare in pace. Con le loro idee mucchesce e da incalliti cacciatori di prede, lo costringevano ogni giorno a fare cose che esso proprio non voleva fare. Jack cominciò a fuggire e loro lo riprendevano, fuggire e riprendere, fuggire e riprendere, fuggire e riprendere, finché un brutto giorno i mandriani cacciatori buzzurri lo ripresero definitivamente e lo rinchiusero sul balcone della loro cascina, lassù al terzo piano e da lì voglio vedere se puoi scappare, a meno che tu non sappia volare…
Che poi io mi chiedo, caro Jackillo dove mai volevi fuggire? Cosa pensavi di trovare, chi pensavi d’incontrare? Che pensieri avevi fatto nel tuo cervello? Avevi forse incontrato nella tua vita precedente qualcuno che si era dimostrato ben diverso dai buzzurri?
Penso di sì. Tu, nella tua mente sapevi, credevi e speravi. Che sensibilità meravigliosa avevi,
perché non approfondire la tua visione del mondo, perché obbligarti ad agire contro la tua volontà! (Dobbiamo comunque ammettere che nella razza umana questa abitudine a costringere altri, a limitarli, a piegarli ad altra volontà è un po’ una consuetudine che tu, appartenente al mondo animale, libero e selvaggio, non puoi concepire.)
Fatto sta che ti stiamo osservando lassù, dietro le sbarre del balcone…ma cosa stai tentando di fare? Oh no, Jack, tu non sei un uccello, non sei un’aquila che può spiegare le proprie ali nel cielo ed osservare da altezze sconfinate l’umana stoltezza di un piccolo mondo di buzzurri al pascolo! No, no, non hai le ali, appartieni ad un’altra specie animale…no, no…
Ti lanci nel vuoto? No, sì, ti lanci nel vuoto!
Atterri con un tonfo che ci fa trasalire. La scena è terribile.
Accorriamo in tuo soccorso, ci guardi con fierezza, saresti quasi disposto a rimetterti in piedi ed a cominciare a correre, ma il dolore ti paralizza. Ti solleviamo delicatamente e ti mettiamo sul
sedile della nostra auto, avvolto in una coperta. Corriamo alla clinica veterinaria. Il signor veterinario, uomo tutto d’un pezzo, dice che ti ha già visto, visitato per cucirti una ferita. Una ferita da …zappa…
Ti esamina e conclude che devi avere una zampa rotta, poteva andare molto peggio. I buzzurri si fanno vivi nel pomeriggio e vogliono riprendersi il cane con la gamba ingessata, ci penseranno loro. Jack è perplesso, ma perché ora che aveva sentito un tocco diverso, certe carezze, perché doveva tornare con loro! Jack accetta con dignità la sua sorte, pensando fra sé, ci sarà un’altra occasione per rivederti, uomo amico.
Ed infatti ci fu un’altra occasione per rincontrare il signor veterinario e cioè quando, tentando un’altra fuga dal balcone, ti fratturasti il bacino ed i tuoi padroni ti bastonarono dalla rabbia e ti misero fuori uso l’occhio sinistro. Tu pensasti che almeno avresti visto quel lurido mondo solo in parte e non nella sua schifosa integrità. I buzzurri pensavano già di sopprimerti e buttarti nella spazzatura ma noi che ogni tanto passavamo da quelle parti per vedere come stavi, abbiamo convinto il capo branco a lasciarti con noi.
Stavolta il signor veterinario ebbe un gran daffare per rimetterti in sesto e purtroppo nulla poté per il tuo occhio.
Così cominciò un’altra parte della tua esistenza, amato, assistito e riverito.
Trascorrevi le tue giornate dentro una morbida cuccia; sdraiato e pensoso, allungavi il collo fuori e sognavi. Sognavi una padrona scrittrice che ti portasse a fare lunghi viaggi in giro per il mondo…passeggiare con lei sul ponte di una nave…atterrare e decollare con certi formidabili animali alati detti aerei… attendere paziente nella hall di una casa editrice…sonnecchiare ai piedi della sua scrivania con lei che ti faceva entrare ed uscire dai suoi racconti… e perché no, forse un giorno imparare a leggere quello che scriveva…
Fu quella mattina che i vostri occhi, cioè il tuo occhio opaco ed i suoi luminosi di cielo s’incontrarono: era d’aprile, la primavera avanzava decisa con il suo verde intenso e le sue gemme, non sarebbero potute accadere cose spiacevoli, tutto volgeva al positivo, al verde, all’azzurro.
Marta, la signorina veterinaria ti vide, aveva portato l’altro suo cane Peggy per un consulto dal signor veterinario tutto d’un pezzo. Fu un colpo di fulmine. Ti adottò. Anche Peggy fu felice d’avere un amico.
Così cominciò la terza parte della tua esistenza ed oggi a quindici anni della tua vita, sei ancora con loro, Marta e Peggy. Evitiamo di raccontare altre tue vicende come quella della tua passeggiata sullo stradone che ti costò un’altra frattura, tralasciamo le cure, le radiografie, le tac, le risonanze.
Diciamolo, un po’stupidello sei sempre stato, vanitoso e fiero d’essere un levriero, chissà, hai sempre voluto fare di testa tua, forse hai ancora altri progetti.
Ti osservo lì sdraiato, gemi un po’ perché Marta è uscita e ti ha lasciato qui. Vedo un sogno uscire dalla tua orecchia sinistra: parla del Paradiso dei cani e di tanta morbidezza e dolcezza intorno. Il dio dei cani, Anubi, ti ha invitato a cena e state ridendo osservando un uomo sulla terra che si dispera perché ha perso un tesoro, chissà mai quale, voi vorreste gridargli: “ignorante d’un uomo, non deprimerti, trovati un cane, non siete voi umani che dite sempre che chi trova un amico trova un tesoro?”
