Cose cosate

Nunzia Busi
Corponove Edizioni

      Dedicato alle mani
La mano non è un solo strumento,
ma molti strumenti al tempo stesso;
come scrive Aristotele,
è “strumento prima degli strumenti”.

 


 

Ebbene
scrivo cose dedicate alle cose.
Non è perché una cosa è una cosa
che non si possa cosare
cioè poetare,
farla vivere ed infine
indurla a dire
cosa pensa o farà.
Noi umani diciamo
che una cosa è una cosa e basta,
ma la cosa sa bene
di non essere una cosa e basta.
Come se la cosa dicesse
che io sono una donna e basta,
ma io non sono una donna e basta.
Insomma, non incosiniamoci
in cose assurde.
Semplicemente, una cosa, fidatevi,
che sia lucchetto, filo di ferro o altro
si può davvero cosare.
Ed io mi di-verto...
a cosarla.


 

Molti gli oggetti
sulla mia scrivania:
una piccola famiglia
d ’ippopotami blu
un mezzo busto
di corpo umano a sezioni
il fonendoscopio di mia madre
un piccolo microscopio nero
un portacarte tulipano
un inchiostro blu
un Gesù Bambino restaurato
un portapenne gatto.
Mi sento bene qui
con la carta avorio
e la stilografica in mano.
È un bel luogo di tenerezza
e non lo scambierei
con lo studio d’un Presidente.


 

Il poeta non può
imbrigliare ogni evento
dentro la rete.
Il poeta deve lasciare
che questa si strappi
e che l’emozione dilaghi.


 

Sono affezionata
al numero ventuno
multiplo di sette,
una settimana prima
di fine mese,
due e uno
che sono uniti
anche se separati,
due decine ed un’unità,
un ventuno d’ottobre
ma perché no di giugno
solstizio d’estate,
giorno festivo
nel Cerchio Celtico.
Ventuno
numero dell’Aquila
animale, città, terremoto,
ventuno
di battaglie, leggi, eventi,
milioni di ventuno
di storia umana,
primaverili ventuno
ventosamente sparpagliati
lungo i secoli
fra cui,
granellino brillante
di cenere non spenta,
il mio ventuno
millenovecentocinquantasette.


 

È una maglia il Dolcevita
con il collo alto che si risvolta
e attenzione non è un lupetto
ma una volpacchiotta
come l’Anitona Eckberg
che, pur non indossandolo
nel film di Fellini,
da esso prese il nome.
Moi j’adore les Dolcevita
ne ho di blu di rossi di verdi
ed anche di color mattone,
ne ho avuti ocra e bianchi
e mai ne ho avuto uno nero,
ne mai lo indosserò.
Mi rende dolce la vita
un colorato Dolcevita.
Suona la sveglia alle sette:
indosserò un Dolcevita
così il mio cuore
riscaldato da un’idea
con più lievità
sul trascorrer delle ore
al giusto ritmo batterà.


 

Wislawa Szymborska
scriveva poesie
seduta al suo tavolo di legno.
Si dedicava
appassionata ed intelligente.
Non aveva
contatti di lavoro materiale
aveva contatti di cervello
niente contatti elettrici
né ferrosi, né idraulici
e non aveva dipendenti
né soci in affari.
Lei molto ignorava
della vita banale
d’una donna qualsiasi
che è molte cose insieme.
Lei dalla sua sedia di legno
poteva immaginare e giudicare
infine
tirare delle conclusioni
universalizzare.
Essere appunto poeta
lei poteva assai
prima di tutto il resto
che io effettivamente sono.


 

La galleria si farà
sotto la montagna
in lunghezza si scaverà
come per trovare
un’essenza di verità.
Prima di decidere
che “la galleria si farà”,
si sono strette le mani,
“piacere, il piacere
è tutto mio e tuo e suo”,
dicevano, no, no
noi non siamo il Sud
noi in un anno, anzi due
anzi tre, quattro,
vedremo, dipende,
magari cinque al massimo,
sei sette otto... nove...mbre
accidenti, dal dire al fare
c’è proprio di mezzo il mare,
ma qui passa un fiume,
sempre acqua, comunque tanta,
quanta acqua sotto i ponti
quanti soldi sopra i conti
e dentro le gallerie...
ma perché va così,
non è forse bello agire
per la comunità
vedere la nostra Valle risplendere...
ri-splendere, ri-vivere...
Quindi eravamo rimasti
che la galleria si farà,
attraverserà i paesi sotto terra,
così le persone presto arriveranno
alle montagne,
a sciare scalare passeggiare,
a migliaia giungeranno
e consumeranno
nelle attività commerciali
finalmente ri-fiorite,
l’hanno detto che con la galleria
tutto cambierà e la valle
acquisterà...
dunque, cosa acquisterà?
Dillo tu che a me
al momento non mi viene,
acquisterà in popolarità?
In bellezza, in autenticità?
Mah! Certamente
gli anni cinquanta e sessanta
le son stati fatali, alla Valle dico,
colate di cemento, trasporto su strada,
style liberty picconato,
poco hanno previsto quelli che allora
dovevano decidere...
Ma come! Tutte quelle persone
laureate, acculturate
raccomandate persino da dio
lo sa chi, in prima fila
a fare e disfare...
accidenti...se ci fossimo riuniti
noi gente on the road
a parlare, ad esprimerci
sotto l’unico faro che doveva essere:
“il bene della Valle,
come dare un futuro
alle nuove generazioni:
turismo e qualità della vita”:
Mah...
Dai, sapientona
cosa ti credi d’essere!
Primo, non mi credo d’esser nessuno,
faccio solo delle considerazioni,
come se tu non mi conoscessi,
sai che odio i campanili e gli ismi
e non mi dare dell’anarchica,
non è vero, io vorrei vorrei
noi vorremmo
davvero che la Valle...
la Valle, invece, ora...
la galleria, torniamo alla galleria,
i camion rossi e stellati
non faranno più tremare
le case dei paesi e porteranno
denaro avanti e indietro
senza che noi ce ne accorgiamo,
ma la gente, la gente, dico noi,
noi che siamo la gente,
facciamo un passo indietro,
una metropolitana di superficie
moderna, ma antica
dove le persone si siedono di fronte
e parlano, magari leggono un libro
sfogliano un giornale,
saettano con gli occhi,
si danno appuntamento,
si salutano, si baciano,
si mandano al diavolo,
si rincorrono, si sorridono,
...e ad ogni fermata
una voce fuori campo
che annuncia invitante
il tale percorso turistico,
la chiesa del cinquecento,
il borgo medievale, il sentiero
la piazza, il monastero,
il museo, l’ascesa al monte
la discesa in canoa
il bagno termale
la bevuta salutare
l’agriturismo, i bagni di fieno
la gara di pesca
la polenta il bitter il vin brulé
le costine, le processioni,
le bande musicali,
gli spettacoli, i concerti,
la casa di cura,
il teatro, il cinema, la discoteca
le serate di lettura
la poesia, la pittura
e...siamo aperti...
anche una casa chiusa.
In somma questo sarebbe stato
il mio ideale sogno brembano,
E la galleria?
A questo punto
visto che si è optato per la galleria
che si diano daffare,
visto che il tele trasporto
è di là da venire,
visto che di metropolitana
non si può più parlare,
ben venga l’odierna
bella pista ciclabile
dentro le vecchie gallerie del treno
e che la concludano
la ciclabile brembana
per la gioia dei ciclisti
d’ogni razza ed età.
Svegliarsi però
che chi dorme non piglia pesci
e non facciamone sempre
una questione di soldi
che se si vuole si può
ed i soldi, come si dice,
vanno e vengono, tirchioni,
siate un po’ generosi e lungimiranti,
giunto è il momento
d’agire e non di dormire.
Amen.


 

Ho scambiato il cielo
per il mare.
Quindi quella palla gialla
non era un atollo
all’orizzonte
in un’acqua cristallina,
ma la luna
in un cielo di cristallo.


 

Se la luna è così rotonda
e piena e meravigliosa
io non posso farci niente,
sta lassù nell’immensa notte
e silenziosa osserva.
Nel mio paganesimo
c’è posto per la Luna
astro splendente
nella mia anima
di espiante poeta,
sì, lo ammetto, ho molte colpe,
non sono socievole
la domenica non partecipo
mi fa sempre male una spalla
la mattina barcollo
ho troppe idee in testa
e pochi soldi in tasca
non so come combinare
il giallo della Luna
col rosso del mio cuore
non ho ancora
scontato la mia pena
ed anche la mia buona condotta
non mi ha condotta fuori.
Sono legata anche se slegata
non sono perduta
ma potrei perdermi
incrocio le dita
e vado avanti, del resto
quante persone
non sono state più
trovate.
Si sono perse
o non vogliono farsi trovare?


 

Leggo scrivo dipingo.
Amo farmi nutrire da Arte!
Come dentro un utero,
il vitale cordone ombelicale
mi lega naturalmente
a Poesia pittura che parla
a Pittura poesia muta
e mi giro e mi rigiro
in una fantasia liquida
che mi piace sempre più.
Toc toc toc...
non è ora di nascere?
E con un tale bagaglio
vuoi venire al mondo?
“...riso e pianto
danzanti sulle note dei ricordi,
luna e sole
eternamente dell’aurora amanti,
stelle come spilli
puntati di luce nel cielo,
notti insonni
che nel sogno cercano perché,
giorni di passione
che si sfanno fra il dire ed il fare...”
No, no, cara, resta dove sei
a srotolare il tuo io nel ventre dell’Arte,
noi qui, abbiamo altro cui pensare!
Ma la vuoi capire una volta per tutte
che due più due fa quattro
e mai e poi mai potrà fare cinque?
“...eppure...”


 

Quando l’umanità
ha cominciato ad usare le chiavi?
Cosa dici!
San Pietro per primo
ebbe da Dio
le chiavi del Paradiso.
O mio dio
io odio le chiavi!
Nella mia borsa mazzi di chiavi
e quella che mi serve,
chissà dove mai sarà
forse sulla credenza o nel cassetto
sulla scrivania o sul muretto.
Come una baccante
vado e vengo
alla ricerca della chiave
e non è possibile
che ogni chiave sia uguale ad altra chiave
ma apra porte diverse!
E che ogni giorno sia uguale ad altro giorno
se ogni giorno perdo una chiave diversa!
Trasportata dall’entropia chiavicola
grido forte: accidenti ai ladri!
Questa storia poi
che anche per entrare in Cielo
ci vogliono le chiavi...
San Pietro, non importa,
soffro di claustrofobia
preferisco il vento.
Preferisco
nel vento.


 

In una ferramenta del terzo millennio,
come in un borgo d’altri tempi,
storie di cavalieri di dame e di scudieri,
profumo di bottega
d’artigiani e pittori
ed odore d’olio di lino,
di pece e fumo di stufa.
Sistemate sullo scaffale
bullette color bronzo rinascimentale,
cerniere salice a scomparsa,
anuba barocco.
Nomi che ritornano
oggetti
che hanno dentro un mondo
e così la parola salice
mi riporta al vetusto tronco
le cui piangenti chiome
“ombra facean ai cavalli
nello slargo d’un castello”.
E cosa dire dei pennelli a ventaglio,
degli stucchi veneziani,
delle chiavi inglesi:
come non pensare a quel don Juan
ospite di una cortigiana
nel palco d’un teatro del settecento?
E dici niente
delle lame per sega vichinghe
trasportate sul Brembo
da colorati Knorr
per essere vendute
ad aitanti moderni taglialegna
che nulla hanno da invidiare
agli uomini normanni?
spazio libero per sorridere)
Potrei continuare,
ma qui m’arresto
che lungo sarebbe
descrivervi il resto.


 

Guardo al di là
dei barbecue
dei forchettoni
della carbonella
guardo al di là
delle pinze da cucina
pinze per insalata
pinze per arrosto
pinze per il ghiaccio
pinze per lo zucchero
pinze per i dolci.
E cosa vedo?
Il cielo
vedo il cielo!
Al di là della vetrina estiva
vedo il cielo!
Ma una pinza per il sole?
Ma come!
“dal Busi di tutto un po’“
perdi decisamente i colpi!
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Chiodi
chiodi di ferro, d’acciaio,
di rame, d’ottone
anche di plastica
o adesivi, ma questo
lo dicono alla Tv!!?
...da che mondo è mondo
un chiodo si pianta con un martello
e qui sorgerebbe il problema
se sia nato prima il chiodo
o lo strumento ad esso annesso,
ma non è un dilemma scientifico,
non è come la storia
dell’uovo e della gallina...
insomma
chiodi d’ogni misura e forma
piana, piana larga, bombata
gruppini, sellerine
semenze...
Scemenze direte voi.
Ma no!
Pensate che importante ruolo
hanno avuto ed hanno
i chiodi nella nostra vita!
Costruire carri, barche, giocattoli...
zoccoli, scarpe da calcio,
chiodi per scalare
per appendere dipinti...
per fissare nel cuore
momenti belli e brutti,
rose e spine,
chiodi anche per torturare
e per crocefiggere.
Non c’è niente da fare
inchiodata l’umanità
è sempre stata
e sempre lo sarà.


 

Filo di ferro!
Tu mi ami!
Mi tieni stretta a te
come la roccia, una tellina.
Filo di ferro!
Sei sempre arruffato
incasinato
non riesco mai
a fare di te cinquanta metri
senza riempirmi di rabbia
mandando maledizioni
a tutti i punti cardinali.
Che tu sia zincato
maledetto fil di ferro!
E liberami le caviglie,
per favore,
tanto dove vuoi che scappi!
Vorrei vivere in un posto di mare
ma con tutti questi legacci
chissà quando quando quando.
Dimmi
quando quando quando
antipaticamente zincato
ridicolamente plastificato
odiosamente spinato
maledetto
odioso
filo di ferro,
dimmi quando!


 

La cliente dice forse, la cliente dice ma, la cliente dice se.
Dietro il banco, Il commerciante ripassa la grammatica
italiana, avverbi, congiunzioni, particelle nominali...
La cliente ripete forse, ridice ma, ridice se, ribadisce
mmm...
Dietro il banco, il commerciante è già arrivato ai congiuntivi,
i suoi ripassi fanno passi da gigante,
è già passato ad una lingua straniera.
La cliente ora sembra certa nel dire forse, nel dire ma,
nel dire se.
Dietro il banco, il commerciante sembra invece incerto
su che lingua scegliere per salutarla.
“Questo commerciante, poveretto, deve avere dei problemi
nell’articolare le parole, mi ha salutato in una lingua
sconosciuta...” dice la cliente fra sé andando verso l’uscita
ed inciampando nei suoi ma, nei suoi se, nei suoi forse......
che quasi cade.
Il commerciante rimette l’articolo sullo scaffale, si trattava
di una padella antiaderente di diametro 20...
“economica, che non si graffi, garantita almeno dieci anni,
che vada in lavastoviglie, con il manico pieghevole e
possibilmente verde, sa, la mia cucina è arancio” ...amen


 

I bellissimi portoni di Parigi!
E quello del Busi anche!
Bello, pieno di storia.
Ne abbiamo uno
dico un bel portone
anche noi qui sotto.
Ci sono passati
a centinaia
militari frati preti
dottori mercanti poeti
maestri e pittori
materassai e camiciaie
fruttivendoli e macellai
ed altri ed altri ed altri.
Nessuno ci pensa?
Lo lasciamo lì
ammaccato, emaciato
stratificato d’orrenda marrone vernice
butterato
pare malato
ed è malato
ed io lo penso
da anni l’avrei curato
io sento Il suo gemere
in certi giorni, Il suo urlare.
Stiamo attenti!
Verrà il giorno che lui
non ci lascerà più entrare.


 

La veneziana
è una tapparella a lamelle
in alluminio dipinto,
si alza si abbassa
si apre si chiude,
fa quel che vogliamo,
è dedita a noi
ci fa l’occhiolino
se c’è il sole
ed anche se non c’è.
La veneziana
c’era ai tempi di Casanova:
nella Venezia dei Dogi,
guardava Dongiovanni
attraverso le lamelle
se giungesse la sua amante,
una gheiscia che dal Giappone
aveva portato l’idea della veneziana
ed ora si sarebbe spogliata
fra il vedo e il non vedo
delle colorate listerelle.
È meglio prendere le misure
sia della veneziana
che della gheiscia
per non avere sorprese
In fase di montaggio.


 

Il rubinetto
Se apri il rubinetto, ricordati di chiuderlo.
Robin era il montone,
la sua testa assomigliava alla chiavetta
che si spostava per far scorrere l’acqua o il vino o l’olio
o l’aria...
Da lì, il nome rubinetto, lo sapevate?
La botte di castagno aveva un bel rubinetto da cui si
poteva spillare dell’ottimo Barolo, gran vino rosso da
meditazione.
Se apri il rubinetto, poi chiudilo bene, l’acqua è vita.
L’ottimo olio d’oliva del Garda cala lento attraverso il
rubinetto dentro la damina.
Infermiera, apri il rubinetto dell’ossigeno al paziente
del letto diciotto.
Perché Sylvia Path ha aperto il rubinetto del gas ed ha
messo la testa nel forno? Lei soffriva. Non ha pensato
ai suoi bambini. Egoista?
Il rubinetto
mi sorride
con la sua acqua che gocciola
fredda calda tiepida
non so.
“Robin” -gridò Netfammi
il santo piacere
di smetterla!”
Così l’idraulico venne,
smontò il rubinetto
lo riparò.
Ora non gocciola più
ed ha smesso di sottolineare
I secondi della mia vita.
E di sorridermi.
Certe cose
meglio non aggiustarle.
Stanno bene
pendenti
gocciolanti
spettinate
disadorne.
Lasciate le mie cose
come stanno.


 

C’è un nome
che amo sopra ogni altro
ed è la parola libro.
Non dalla scorza più interna
dell’albero il suo essere,
ma come a me piace pensare
da qualche dialetto ...
lìber, sì, lìber
che è sì libro, ma anche libero.
“Più libri più liberi”,
mi risuona dentro
questa vera frase
come a ripetermi
o libro,
altro grande amore
della mia semplice esistenza,
ti ho cercato e ti cerco
nella gioia e nel dolore,
mi hai salvato e mi salvi
ti sarò fedele, sempre!
Attendi nella nostra libreria,
sia tu saggio o poeta
storico o romanziere
ci piace ritrovarti,
sfogliarti
“...seguendo la scia di nere formiche
ch’ora si rompono
ora s’intrecciano”
in migliaia d’umani pensieri,
fin dagli scribi
attraverso i trubadours
fino ai contemporanei e-book
dove le tue fragili pagine
sono prese nella rete.
Ma ben venga chi potrà liberarti
e liberarsi,
o amato libro,
ode a te
ed a quelli come me.


 

Come sassi lanciati
nell’acqua dell’umanità,
i libri creano infiniti
cerchi concentrici.
Da sempre e nel sempre
vanno espandendosi
quei cerchi.
Dalla corteccia
del più maestoso albero
dallo stelo
del fragile papiro
che invenzione meravigliosa
s’è perpetuata fin qui!
Noi siamo l’albero
noi siamo il papiro
ed i nostri anelli
mentre leggiamo
crescono.
Pulviscoli di vita siamo
che partecipano,
siamo coinvolti,
la tua mano
la mia mano
le nostre mani
sfogliano.
Diveniamo vento
fra le foglie
acqua fra le radici.
Leggiamo parole
che addolciscono
e leniscono
e consolano.
C’incoraggiano
ora che siamo di qua
e ci aiuteranno
a passare al di là.
Schiena contro schiena
trascorriamo pagine
e le pagine
trascorrono noi.


 

Les Invalides e le Musée de l’Armé.
Qui a celebrare
l’umanità che si è uccisa
si uccide
e si ucciderà.
Napulio,
come chiamava mamma Letizia
Napoleone Bonaparte,
così piccolo
in un sarcofago
così grande.
Kilometri di cannoni,
centinaia di armature,
milioni di anime
umane ed equine,
alabarde
che t’infilzano,
bombarde
che sparano
duecento sessantuno kili
di proiettili,
pròtesi in ferro
per gambe e spalle,
strumenti chirurgici.
Mi siedo
all’ombra di Hitler
...
(primo gennaio 1939
congresso del partito a Norimberga)
...e la guerra continua....
Appena prima della Seconda
c’è la Prima,
mondiale
quella dei soldati ragazzi,
di mio nonno Luigi classe 1898,
...ed ecco la divisa
di un soldato classe 1904,
i suoi occhiali
le sigarette Gauloises,
les allumettes tricolores.
255 régimente de fanterie, quinta compagnia
altezza 1,62
capelli castani occhi blu
disperso.


 

Il verde pacifico del vecchio noce
mi accoglie sorridendo
fra le sue foglie senza denti
nel festoso concerto
di campane e ciocche
che mi fa i pensieri azzurri.
Buca il larice un picchio
per nascondervi un segreto,
una formica trasporta
il seme di qualcosa,
mi stupisce un tordo
che bacchetta nel sorbo,
un sottile filo d’erba
è l’altalena d’una coccinella,
una lucertola immobile
ascolta la mia penna
mentre uno schizzo di cavalletta
mi saltella sul foglio.
E più simile io mi sento oggi
al caro noce, al filo d’erba,
alla lucertola, alla formica
al picchio, al tordo, al passero
alla cavalletta, alla coccinella
inimitabili artisti della vita
che non a certi bipedi primati
della specie homo sapiens sapiens,
evoluti artisti della guerra
nel provocare ogni minuto
inimmaginabile morte.


 

Il nome vanga viene dalla Germania
Là, nel Medioevo, si diceva Wangs,
Vomere.
La vanga è un attrezzo a forma di pala
che finisce a punta.
(quelle che finiscono quadre
per me non valgono/vangano).
La vanga serve per rivoltare la terra
prima della semina.
Ecco
il nostro mondo ha bisogno d’una vangata.
Che ognuno vanghi:
io vango
tu vanghi
ella/egli vanga
noi vanghiamo
voi vangate
loro vangano.
Conta che ognuno vanghi.
E si dia daffare.
Per il meglio
di questa nostra umanità.
La vanga è faticosa da usare,
ma il terreno va preparato.
Vanghiamo prima di seminare.
Conosciamo prima di sentenziare.
Non parliamo a vanvera/vomere.
La vanga mi porta lontano
i miei bisnonni e nonni e zii,
mio padre.
Origini padane/contadine.
L’orto:
le zucche, le patate, l’aglio
i pomodori, le erbe aromatiche.
La vanga rivolta i miei pensieri.
Zolle di ricordi riaffiorano
e resto lì, con il piede alzato,
a ri-pensare/ri-vangare.


 

Il martello è un cilindro
che finisce a becco d’anatra
o di corvo
o di falco
o di cliente maleducato.


 

Ci dicono “abbottonatevi.”
Un tono, un tono
dobbiamo darci un tono.
Ma così abbottonati
proprio non va.
Sbottoniamoci un poco,
senza bottoni allora sì
potremo darci un tono
anarchici e felici.
Alt!
Cosa pensate?
Non senza principi!
Ordinati certo
ma sbottonati
e senza qualcuno
che ci dica
abbottonatevi.


 

Secondo voi i morti ci vedono,
cioè voglio dire
osservano quello che operiamo
ogni secondo della nostra vita
noi che ancora respiriamo?
I miei genitori,
i nostri genitori ci assistono?
E se ci vedono perché?
Perché non ci conducono
sulla buona strada,
perché non ci danno
i numeri giusti
per vincere al Superenalotto?


 

Essendo viva
C’è la probabilità che io muoia.
Essendo morti
nessuna probabilità che resuscitino.
Consoliamoci con Pascal
sfidando l’Aldilà


 

Riparatrice di ricordi
perché certi ricordi
cadono in terra,
si rompono.
Allora serve la colla
per rimetterli insieme
e deve
essere così
perché senza ricordi
cosa sarebbe la nostra vita
cosa sarebbe la mia vita
senza quel tempo di maggio
a Vernazza
o con la due cavalli in Camargue
o fra i mirti della Corsica
la mia vita non sarebbe
senza l’immagine di mio padre
che cena a capotavola
o di mia nonna alla finestra
vicino alla gabbia del canarino.
La mia vita non sarebbe
se non avessi sviluppato
questa capacità di riparare i ricordi
anche di quelli che non conosco
forse quella bambola
è stato un dono d’amore
e quel piatto
un’offerta di pace.


 

Spiaggia animata.
Sole.
Fra centocinquant’anni
noi e tutte queste persone
non ci saremo più.
Il mare invece.
Le onde invece.
Il sole invece.
Essi, forse.


 

Ti adoro o spicchio d’aglio.
Ora ti sbuccio e ti metto a rosolare.
Cara Marina.
La Verdoia, Attilio.
O tu, di aglio spicchio,
di molti visi specchio
fai affiorare a frotte
i ricordi
come una piccola
madeleine appuntita
e mi lasci addosso
l’odore di tanti
e non sono più io
ma un insieme
di noi e voi e loro.


 

Da questo orizzonte di ferro
vedremo mai sorgere
il sole dell’Arte?


 

Vi supplico
non fate cadere
i bambini dai balconi!
Non fateli morire così
come insetti spiaccicati!
E mi chiedo
ma il suo angelo custode
dove cavolo era?
Stava forse telefonando
o visitando Facebook?
Una simile distrazione!
Inammissibile.
Nella nostra società
anche i balconi
hanno le loro colpe.
Oltre agli angeli.
Eliminiamo i balconi
e tagliamo le ali agli angeli.
Aveva nove anni
si chiamava Yuqui Jin
era dolcissima
e non era una mosca.


 

Di notte pensa molte cose.
Di notte è altro.
Dovrebbe prendere appunti, la notte,
ma non ne ha voglia.
Che scansa fatiche!


 

Presente i Trabucchi?
Così è. La mia anima trabocca.
La rete sta sprofondata nel mare,
ci vorrebbe una forza divina
per far girare l’argano al contrario
e portarla in superficie
carica di persone
che esistono ma non sono più,
che sono ancora ma non esistono.
Se si potesse ora
tirare su questa rete-anima
farla riaffiorare alla luce del sole
i pensieri si sparpaglierebbero
e da pesci in uccelli mutati
m’inviterebbero a zufolare
in un’aria lieve
come di primavera.


 

A Fontaine de Vaucluse, le acque sono proprio come le
descrisse Francesco Petrarca: chiare, fresche e dolci.
Tutt’intorno però, lungo la via che porta alle sorgenti
del Sorgue, quanta ratatouille di banchetti con abiti, oggetti
d’ogni genere, schifezze; il tutto con un’assenza
d’armonia che ti trapassa le ossa e ti lascia un forte malessere.
Mettete ombrelloni tutti color lavanda e vendete solo
prodotti del luogo!
Cos’è che non ho ancora capito della vita?


 

Il sonno è assenza.
Il sonno isola.
Il sonno ricarica.
Il sonno sogna.
Il sonno annulla.
Il sonno obbliga.
Il sonno libera.
Il sonno crea meraviglia.
il sonno rende la pace.
Il sonno permette.
Il sonno mi ama
ed io infinitamente
ricambio il suo amore.


 

È un oggetto che aiuta, l’asciugatrice.
I panni si asciugano anche di notte.
Se sei bravo
alcuni capi neanche li stiri.
Se sei bravo.
Io no.
In fin dei conti è comoda
anche se io amerei
far asciugare i panni all’aria aperta.
Ma non stirarli.
Insomma, nessuno è perfetto...
Quel bel vento di Provenza
profumato
che sventola le lenzuola
come delle vele di un vascello
fra le onde del golfo di Marsiglia!
Però io non amo piegarle
le lenzuola,
non ne sono capace,
m’innervosisco.
Io, sul vascello, pacifica me ne starei
con Conrad che scrive
della sua ultima avventura
nel Pacifico
e le vele le vele
come lenzuola al vento di mistral
profumato...


 

Una donna apre la scarpiera d’una signora deceduta ormai
da anni.
Non ci sono sandali, né decolté, né scarpe con tacchi alti.
Si trattava d’una persona anziana: due paia di pantofole
di panno con la cerniera ai lati, quattro paia di ciabatte,
scarpe invernali di pelle nera un poco sformate, la destra
soprattutto, doveva avere l’alluce valgo la signora,
pensa la donna, inoltre quel tallone di gomma in alcune
scarpe sempre a destra, probabilmente, operata all’anca,
le avevano inserito forse una protesi che risultava
qualche millimetro più corta rispetto all’altro femore.
La donna pensa a sua madre.
Non ci sono scarpe “da giovane”: quelle belle scarpe di
vernice nera o quelle rosa di quando
Aveva partecipato a qualche cerimonia o quelle altre
bianche del suo matrimonio. Eppure, da giovane, quanti
abbinamenti ai tailleur, ai soprabiti, ai cappotti, alle
gonne, ai pantaloni; innumerevoli paia di scarpe in una
vita umana, ogni scarpa un racconto.
Le scarpe partecipano della vita di chi le calza.
E della morte di chi non le calza più.
Come le scarpe spiaggiate dei migranti annegati.
La donna chiude la scarpiera.
E ripensa a sua madre.


 

Viene,
vuole una sega da 53.
O vuole una sega da 53
e poi viene?
Possibile?
In tanti anni in ferramenta
ancora mi tocca vedere i risolini
dei clienti maschi che chiedono:
“voglio una sega da 53”.
Un classico.
Lo servo, muta.
Schiaccio l’occhiolino alla roncola:
come gli starebbe bene piantata fra gli occhi!
Non rido.


E finiamola, dai!


 

Torna indietro, vai avanti
fai qualche passo
ma senza distrarti.
Segui la riga, no, non così,
vai a sinistra
e lascia la destra,
poi vai a destra
lasciando la sinistra.
Ora cammina diritto, in centro.
Ma stai perdendo l’equilibrio,
fai ridere così squilibrata
prosegui dai
non sei ancora arrivata.
È un tempo di passaggio
o di passeggio?
La mia testa si muove
non vuole star ferma.
Un tremore essenziale
o l’inizio
d’un tremore esistenziale?
Stanotte!
Perché non t’addormenti
gridavo alla mia anima.
Pensavo alla vita.


 

Non sai comandare.
Il potere che avresti
non è nelle tue corde.
Sei più una cornac-chia
che un cornac,
gli elefanti
non li sai proprio condurre!
Ma dai! Con tutti quei rotoli di corda
di canapa, di nylon, di cotone...
Sei cieca, non hai guardato bene!
O non vuoi vedere?
Passi oltre
saltando sulla polvere e sul disordine,
“scusi sa, la polvere è gratis,
se osserva attentamente
ci può trovare un’ammonite...
e diciamocela, non tutti
possono avere un secchio
o una scatola di colori
o una pentola
o un tappeto,
o una grattugia
o una scatola di tempera
o di antiruggine ecc. ecc.
con stratificati dei fossili”.
La vita è breve
ognuno deve guardarsi dentro,
trovare il proprio eudaimon,
ma qualcuno non cerca per nulla
si adagia. E non trova.
Quell’articolo era lì
ma non c’è più:
è stato venduto, rubato
mangiato, buttato, perso?
Chissà chi lo sa.
Giochiamo al rischiatutto.
Rischiamoci il posto
dell’articolo e del... lavoro.
Sai scrivere? Sai le tabelline?
Sei educato, ti applichi?
Basterebbe...ma...
E-ducare,
condurre fuori il cliente
salutandolo con un arrivederci
ed offrirsi di caricare in auto
la latta di pittura da quindici litri
alla signora sui tacchi alti.
Applicarsi: adattarsi...dedicarsi...
Fegato: ghiandola extramurale
a secrezione anficrina (esocrina ed endocrina)
che in taluni casi può ingrossarsi.
Si distingue un fegato “padrone”
ed un fegato “operaio”,
pare che la parola fegato derivi da fico,
il fegato del maiale, dolce come un fico
o da quello dell’oca...ingrassata con fichi...
Ma com’è che il fegato sia diventato
la sede della lotta di classe,
proprio non saprei dire.


 

Il fuoco danza sui legni
ballerino di rosso e d’arancio
vestito.
Il fuoco è l’origine
dell’umanità.
Senza di esso
cosa mai saremmo?
Un nulla di freddo
ambulante sulla terra.
Il fuoco ha permesso
il fuoco, da sempre,
ha partecipato.
Attorno al fuoco
noi
vicino al fuoco
Io
son tutta un fuoco
fuochino fuochino
sei tu qui vicino
io son fra due fuochi
ora che ho dato fuoco
la discussione si è infuocata
ma qui non è la terra dei fuochi,
per ora,
mi butto nel fuoco
e poi... fuoco fatuo.


 

Buona stella
vienimi incontro.
Prendi le mie mani
E sputaci sopra.
Che siano pronte
a lavorare lavorare
lavorare per l’Arte.


 

Performance: Ars Ardente
Martedì notte in un mese autunnale
possibilmente invernale.
Ore tre.
Sono con il furgone
carico di una trentina
dei miei grandi dipinti,
mi reco al piazzale del Mercato,
il parcheggio è vuoto
nessuno,
in lontananza
spente le luci dentro le case.
Il Brembo scorre indifferente.
I giochi dentro il parco,
alcuni sono nuovissimi
pro future elezioni,
stanno a guardare
come le stelle di Cronin
che però stasera sono assenti.
Solo la luna avrebbe potuto fermarmi,
ma ho scelto apposta
questa sera nuda e nera.
Scarico,
accatastando i dipinti uno sull’altro.
Spargo di benzina il tutto,
gli do fuoco
avec des allumettes francaises.
Le fiamme sono subito alte,
un odore di pittura e di anima
si sparge tutt’intorno.
Ho preso una sedia da regista
sono seduta ed osservo.
Al parco i giochi sono interessati,
c’è un certo movimento.

Le altalene si scardinano.
Scivola via lo scivolo
verso la casetta nel bosco.
In lontananza
si accende qualche finestra.
Il suono di una sirena.
È quella dei pompieri.
Sono presto lì.
Due mi vengono incontro:
“che ca... sta facendo.
È pazza?”
Spiego: è una performance intitolata
“la morte della pittura”,
l’arte contemporanea
va da un’altra parte...
Non capiscono...
“vi prego, non usate l’acqua,
devo raccogliere le ceneri
metterle in una scatola
“cenere d’artista”
meglio della “merda d’artista”
infine,
e poi il fuoco si sta spegnendo
non ho fatto del male a nessuno,
cercate di capire...”
Restano a bocca aperta.
Non hanno il coraggio.
Mi conoscono
come una brava persona
conoscente di attacchi idraulici
pollici mezzi pollici tre ottavi,
fascette, tubi di gomma ecc...
Si è formato un certo pubblico.
Arrivano i carabinieri
mi pregano di seguirli in caserma.
Li seguo.
Sento alcune persone dire
“...s..vedìa che proprio normal l’era mia”..
Le saluto gentilmente.
Dico ad un vigile del fuoco che conosco
di mettere le ceneri in quella cassa di ferro.
Lui qualcosa ha capito
almeno cerca di approfondire.
Non mi giudica, ha messo in moto i suoi neuroni.
Lo vedo attento, comprensivo.
Sono fortunata, lui è il capo.
Anche se altri scuotono la testa,
è lui che comanda.
OK grazie, begl’occhi blu!

 

...il fuoco balla sui legni
ballerino di rosso e d’arancio vestito...


 

               Dall’importanza delle cose fra le quali vive Nunzia, spontaneamente nasce in lei la poesia, poesia talvolta ironica, talvolta affettuosa, talvolta incantevolmente poetica, talvolta malinconica capace di guardare ad occhio asciutto nell’abisso in penombra dell’anima, nell’indissolubile legame vita e morte.
Poesia delle cose dalla quale nasce l’amore e la cura delle cose, una sorta di «manutenzione d’amore» come primo passo verso un futuro in cui si può ragionevolmente sperare in una vera protezione dell’ambiente di vita.
Educare i giovani a questa «manutenzione d’amore».
Anzi sono i giovani ora a pretendere dagli adulti una nuova attenzione alle cose offrendo esperienze straordinarie per creatività e risultati. Dicono gli esperti, e con essi siamo d’accordo, che vi sono cinque R di assoluta necessità per l’ambiente. Sono Ridurre, Riusare, Riciclare, Raccogliere, Recuperare.
Vi è più felicità ad affezionarsi ad un giocattolo, ad un abito, ad un oggetto, ad un albero, al necessario, mentre oggi i bambini e i ragazzi rischiano d’essere soffocati dal superfluo, rischiano di crescere nell’indifferenza e nel disamore nei confronti delle cose e persino dell’ambiente, cose da trascurare e scartare, ritenendo tutto facilmente sostituibile, accendendo sempre nuovi desideri quando il demone del mercato continuamente seduce con qualcosa di più avanzato. Eppure i bambini per loro natura tenderebbero ad affezionarsi a tutto ciò che è legato a momenti piacevoli: alla loro bambola o al loro peluche.
Per contrastare l’usa e getta di un consumismo che consuma il mondo e le coscienze dei Paesi ricchi, la manutenzione delle cose, della casa, del bosco, del fiume, ha un grande valore educativo, valore materiale e spirituale.


ISBN 9788899219826
Corponove - www.corponoveeditrice.it
Novembre 2019

http://www.nunziabusi.it