Una donna apre la scarpiera d’una signora deceduta ormai
da anni.
Non ci sono sandali, né decolté, né scarpe con tacchi alti.
Si trattava d’una persona anziana: due paia di pantofole
di panno con la cerniera ai lati, quattro paia di ciabatte,
scarpe invernali di pelle nera un poco sformate, la destra
soprattutto, doveva avere l’alluce valgo la signora,
pensa la donna, inoltre quel tallone di gomma in alcune
scarpe sempre a destra, probabilmente, operata all’anca,
le avevano inserito forse una protesi che risultava
qualche millimetro più corta rispetto all’altro femore.
La donna pensa a sua madre.
Non ci sono scarpe “da giovane”: quelle belle scarpe di
vernice nera o quelle rosa di quando
Aveva partecipato a qualche cerimonia o quelle altre
bianche del suo matrimonio. Eppure, da giovane, quanti
abbinamenti ai tailleur, ai soprabiti, ai cappotti, alle
gonne, ai pantaloni; innumerevoli paia di scarpe in una
vita umana, ogni scarpa un racconto.
Le scarpe partecipano della vita di chi le calza.
E della morte di chi non le calza più.
Come le scarpe spiaggiate dei migranti annegati.
La donna chiude la scarpiera.
E ripensa a sua madre.

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